In una fase storica caratterizzata da politiche di rigore ispirate al contenimento della spesa pubblica, è grande il rischio di trascurare uno dei beni più importanti. Un bene che per la sua natura e la sua storia è stato oggetto di grandi interventi pubblici finalizzati alla sola conservazione. Un bene che sempre più mostra il volto di potenziale volano di sviluppo del territorio regionale. penso al patrimonio dei beni culturali. un bacino culturale ed artistico d'incredibile ricchezza e suggestione. Che può produrre ricchezza al pari di un bacino petrolifero. Non penso soltanto a Pompei. Che pure già da sola basterebbe a creare un'immensa filiera di attività. Penso anche a realtà quasi sconosciute come il villaggio preistorico di Nola. Oppure a realtà che per sventurati motivi oggi occupano la ribalta dei giornali di tutto il mondo. Penso al complesso dei Gerolamini e all'inestimabile storia collettiva che preserva nelle sue antiche carte. Sono questi soltanto esempi. Di natura diversa ma uniti da un medesimo destino. Il rischio di un lento ma inesorabile declino. Dal 2007 il villaggio di Nola è reso inagibile da una falda acquifera profonda due metri che lo sommerge. Non parliamo di libri scomparsi e di muri che crollano. Non è facile arrestare il declino. Ci vogliono risorse. Ci vuole una strategia. Ma forse questa volta, in questo momento potremmo disporre dell'una e dell'altra . Sia le risorse che l'indirizzo strategico ci vengono dall'Europa. E ambedue hanno un nome. Si chiama Smart Specialization. In altri termini l'Europa, per innescare processi di sviluppo regionali senza disperdere risorse, invita a puntare su una specializzazione intelligente. Dove "specializzazione" significa scegliere quei pochi settori economici presenti nella regione che hanno reale capacità di sostenere la competizione internazionale sempre più agguerrita. E dove "intelligente" significa mobilitare, accrescere e applicare la conoscenza che serve a sostenere la competitività di quei settori. Se c'è un settore dove nessuno può competere con noi, ebbene quel settore ha un solo nome. Si chiama «beni culturali». La domanda da porsi é una sola: siamo in grado di far diventare i beni culturali un settore economico? Capace di produrre posti di lavoro e accrescere la qualità della vita? Per una straordinaria congiuntura astrale, e grazie all'azione avviata qualche anno fa dalla Regione e dal Miur, è oggi al nastro di partenza un progetto per la creazione di un distretto tecnologico nel campo dei beni culturali. Il cui nome è «Databenc». Non è l'unico distretto che è stato individuato. Ma è quello che ci interessa. Perché ha l'obiettivo di mobilitare e aggregare forze imprenditoriali e di ricerca per fare dei nostri beni culturali una risorsa strategica per lo sviluppo regionale. Il progetto è necessariamente ambizioso. Databenc vuole creare le necessarie sinergie tra tutti coloro che nell'ambito della ricerca o come operatori economici si occupano di conservazione, valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale architettonico ed archeologico. Nell'ottica di Databenc il bene culturale che la storia ci ha lasciato in eredità può essere adeguatamente valorizzato mediante lo sviluppo e l'utilizzazione di tecnologie innovative. E mediante interventi sull'ambiente circostante. Le pietre del passato devono dialogare con le tecnologie del futuro. Il manufatto culturale deve dialogare con il territorio che lo circonda. Un bene culturale pregiato posto in un ambiente degradato perde tutte le sue potenzialità. Non ha effetti sul turismo. Non sollecita iniziative volte ad una sua più ampia fruizione. Non innesca sviluppo. Per questa ragione Databenc deve dialogare con le iniziative portate avanti dagli altri distretti tecnologici. A partire da «Stress», il distretto tecnologico che si occupa di edilizia sostenibile e sicura. I due distretti, insieme, si presentano come una filiera lunga capace di guardare oltre l'ambito di interesse del patrimonio culturale. In cui università, centri di ricerca e mondo delle piccole e medie imprese di cui è costellato il nostro territorio accettano la sfida di collaborare per individuare modelli realmente basati sul principio della sostenibilità. Perché il patrimonio sia preservato per le future generazioni e al contempo diano al territorio una reale occasione di sviluppo economico. Mettere in campo le nuove frontiere della ricerca in sintonia con le Soprintendenze che hanno il ruolo di garantire il massimo livello di tutela può consentire di evitare di incorrere negli errori del recente passato di cui è piena la cronaca degli ultimi tempi. In concreto che cosa si può fare? Quali tecnologie i distretti possono veicolare? Pensiamo ai più moderni sistemi di rilievo da aereo o da terra per la conoscenza dell'immenso patrimonio di Pompei. Ai più moderni sistemi di gestione della sicurezza dei siti. Ai nuovi materiali compatibili e reversibili per la messa in sicurezza statica dei manufatti archeologici. Agli innovativi sistemi informatici per la catalogazione e protezione del patrimonio librario. All'uso di sensori parlanti che avvisano sullo stato di salute di un manufatto: per dire in modo inequivocabile che non si può non intervenire. Con cittadini e turisti che diventano loro stessi sensori capaci di informare nel momento stesso in cui vivono percettivamente le sensazioni della visita. Esempi di applicazioni concrete che possono dare un contributo alla risoluzione di emergenze che ci sono vicine. Databenc e Stress hanno avviato insomma un processo di collaborazione per unire gli sforzi su processi innovativi di applicazione delle tecnologie a supporto della conservazione e della valorizzazione del patrimonio dei beni culturali. Che da sola è una grande novità. Per la prima volta si determinano le condizioni per un importante coordinamento delle azioni. Condizione essenziale per evitare interventi occasionali e privi di prospettive. Di cui è costellata la storia.
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Il patrimonio culturale è un bene importante che può produrre ricchezza al pari di un bacino petrolifero. Tuttavia, il rischio di un lento ma inesorabile declino è reale, in particolare per il villaggio di Nola, che è stato reso inagibile da una falda acquifera profonda due metri. L'Europa ha proposto una strategia chiamata Smart Specialization, che invita a puntare su una specializzazione intelligente dei settori economici presenti nella regione, mobilitare e applicare la conoscenza per sostenere la competitività.
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