Nel marzo 2001 i talebani distrussero i Buddha di Bamiyan (Afghanistan); due enormi statue scolpite più di 1.500 anni fa nella roccia della valle omonima. Qualche giorno fa, dopo l'intervento militare francese in Mali, abbiamo scoperto che durante l'occupazione jihadista, gli estremisti islamici hanno distrutto mausolei, santuari e migliaia di manoscritti antichissimi, di inestimabile valore. Il motivo? Perché quelle opere erano contrarie alla religione islamica. Per quanto mi riguarda si tratta di puro e semplice fanatismo religioso. Proprio per questo motivo, le chiedo se anche tra le altre grandi religioni (per esempio cristianesimo, ebraismo, induismo, buddhismo), ci sono mai stati casi eo comportamenti simili. Silvano Stoppa Caro Stoppa, Il bilancio delle distruzioni di Timbuctù è meno grave di quanto temessimo, ma il divieto delle immagini e la lotta contro i libri «impuri» appartengono alla storia dei grandi monoteismi. L'iconoclastia (da due voci greche che significano «rompere l'immagine») è un movimento cristiano che fiorì a Costantinopoli nell'VIII e IX secolo dopo Cristo e riapparve in altre forme nelle sette più radicali della Riforma protestante. Il grande sacco di Roma del 1527 non fu soltanto una terrificante sequenza di ruberie e violenze private. Fu anche, per le milizie luterane, l'occasione di sfogare il loro odio su reliquie, paramenti sacri, oggetti del culto cattolico. Ma il fenomeno non è soltanto religioso e caratterizza anche le grandi ideologie totalitarie del XX secolo. Dopo una prima fase relativamente liberale, la Russia sovietica dichiarò guerra alle avanguardie, imprigionò i libri «scorretti» negli «scaffali speciali» delle biblioteche e la grande pittura del primo Novecento nei solai del Museo Russo di Leningrado. Creò una nuova scuola, il «realismo socialista», e ordinò ai suoi artisti di rappresentare l'«uomo nuovo» in tutte le sue manifestazioni: il lavoro, lo sport, la famiglia, la guerra rivoluzionaria e patriottica. Il nazismo organizzò un simbolico falò di libri proibiti in una piazza di Berlino, nei pressi dell'università Humboldt, e una grande esposizione pedagogica a Norimberga nel 1937 di «arte degenerata»: pitture e sculture che furono in parte vendute sui mercati internazionali, in parte distrutte. In un discorso del 1939 Hitler disse che l'arte «deve proclamare imponenza e bellezza, quindi purezza e benessere». L'Italia, grazie ai rapporti del fascismo con il futurismo, sfuggì a questa sorte. Negli anni fra le due guerre vi fu un'arte ufficiale, convenzionale e agiografica, ma vi fu anche una larga varietà di scuole e di stili, oggi rappresentati in due grandi mostre sull'arte degli anni Trenta: quella di Palazzo Strozzi a Firenze e quella del Convento di San Domenico a Forlì. Nel 1938, un anno dopo la grande mostra di Norimberga, si formò a Milano il gruppo di Corrente a cui aderirono, tra gli altri, Renato Birolli, Bruno Cassinari, Renato Guttuso, Giuseppe Migneco, Ennio Morlotti, Aligi Sassu: artisti che Göbbels, ministro tedesco della Propaganda, non avrebbe esitato a definire «degenerati». In queste guerre all'arte e alla cultura esiste, caro Stoppa, un curioso paradosso. I fustigatori e i censori agiscono nella convinzione che queste immagini abbiano un potere occulto, capace di sedurre e convertire. Hanno una posizione non diversa, quindi, da quella, molto diffusa nella ortodossia greca, secondo cui le sante icone non sono soltanto opere d'arte o d'artigianato. Sono anche e soprattutto oggetti sacri in cui si nasconde una parte di divinità. Si potrebbe sostenere che l'iconoclastia e la caccia ai libri scorretti siano un involontario omaggio dell'odio alla cultura. Sergio Romano