La ritirata precipitosa della popolazione studentesca è un sintomo più minaccioso dello spread. Lo sfascio dell'Università come luogo di cultura e di ricerca è una minaccia per la convivenza L'Università è una cosa che è stata creata in Italia, a Bologna, intorno alla fine dell'XI secolo; e a quanto pare oggi è in Italia che comincia a morire. Al suo nascere era un'associazione di studenti che stipendiavano dei giuristi per imparare da loro che cosa fosse il diritto romano. Le autorità politiche elaborarono norme speciali per attirare e ospitare gli studenti, costituitisi in corporazione. Quella che nacque così dall'intreccio fra iniziativa privata e riconoscimenti pubblici divenne una forza straordinaria, un agente di crescita sociale e culturale. Oggi il Paese che le ha dato origine soffre di una malattia dai molti e gravi sintomi. Nel paesaggio delle cento università impegnate a curare il loro orticello locale, in mezzo a un popolo di docenti frustrati e mal pagati, impegnati in un gigantesco concorso faticoso e inutile, si muove una popolazione studentesca delusa delle lauree inutili, guadagnate a modico investimento intellettuale dopo i tre anni della riforma Berlinguer. Chi può va all'estero, seguendo il consiglio che anni fa un dirigente d'azienda (Giorgio Celli) dava a suo figlio. E alla fuoriuscita dai piani socialmente alti del corpo studentesco si somma adesso quella dai piani bassi. Le famiglie non ce la fanno più e soprattutto non vedono la ragione di investire in una direzione senza sbocchi i risparmi di pensioni e salari oggi taglieggiati da una politica fiscale feroce e iniqua. Chi si impegna a studiare latino e greco, come la studentessa Anna di Lucera raccontata da Concita De Gregorio in un libro di scandagli nella rabbia sociale (Io vi maledico, Einaudi), non si riconosce nella distrazione e nella stupidità di professori e di un intero sistema Paese: e chissà cosa ne pensa il padre di Anna, un emigrato comunista che le aveva regalato come primo libro le Lettere dal carcere di Gramsci. I professori al governo hanno ignorato e maltrattato l'università, parlando a vanvera di liberalizzazioni, privatizzazioni e cancellazione di sedi. A due settimane dalle elezioni, il Cun parla di un bilancio disastroso che impone a tutti una domanda: che cosa intendono fare per l'università i candidati alle elezioni se e quando dovranno governare? Ma non sarà facile avere risposte semplici e chiare. Se andiamo a rileggere le risposte alle cinque domande rivolte loro dal Sole di domenica scorsa, troviamo molti silenzi, frasi evasive e qualche generica promessa. I silenzi sono in maggioranza. La parola "università" non compare nemmeno nelle risposte di Monti, di Berlusconi e di Giannino. Bersani parla cautamente di una qualche integrazione dei finanziamenti ordinari per università sull'orlo del fallimento. Ingroia si impegna a garantire il diritto allo studio ai capaci e meritevoli e a operare per il riscatto della funzione docente: come, non si sa. Davvero troppo poco se misurato sulla condizione di abbandono in cui versa una università senza mezzi, senza idee, oggi anche senza studenti: una università che pur resta l'unica istituzione che si occupa di ricerca e di alta formazione in Italia. La ritirata precipitosa della popolazione studentesca è un sintomo più minaccioso dello spread. Il degrado dell'Università come luogo di alta cultura e di ricerca libera è una minaccia per la convivenza e il progresso civile. Non c'è solo il bisogno di rimediare allo stato di abbandono di musei, biblioteche, beni culturali e paesaggistici. è necessario armare le menti contro l'offensiva di un neoliberismo demagogico che si serve della televisione come strumento di inebetimento collettivo e mira al disarmo delle capacità critiche presenti nel mondo dello studio e del lavoro, oggi sempre più frammentato in tanti individui isolati e impotenti.
Il degrado di un Paese. Lo sfascio dell'Università come luogo di cultura e di ricerca è una minaccia per la convivenza
La popolazione studentesca sta ritirandosi precipitosamente dalle università italiane, segno di un degrado dell'istituzione come luogo di cultura e ricerca. L'università è stata creata in Italia nel XI secolo e ha giocato un ruolo importante nella crescita sociale e culturale del Paese. Oggi, però, le università soffrono di una malattia dai molti sintomi, come la mancanza di finanziamenti, la frustrazione dei docenti e la delusione degli studenti. La ritirata dei studenti è un sintomo più minaccioso dello spread, e il degrado dell'università è una minaccia per la convivenza e il progresso civile.
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