VENEZIA Alle cinque di mercoledì pomeriggio l'accordo sembrava a un passo. Poi le trattative si sono fatte febbrili, la bozza di accordo proposta da Est Capital e firmata dagli avvocati Alfredo Biagini e Alfredo Bianchini ha cominciato a perdere quota e alle otto di sera tutto è naufragato. La breve cronistoria dell'ultimo giorno di trattative spiega come mai ieri mattina, di fronte al giudice Manuela Bano, invece che il timbro su un accordo, si sia discussa la causa intentata dal Comune di Venezia contro la decisione dei privati di non firmare il rogito entro lo scorso 30 giugno (data prevista dal contratto preliminare) e soprattutto di rimettersi in tasca i 31,6 milioni versati come caparra. D'altra parte i privati del fondo Real Venice II, amministrato dalla Sgr guidata da Gianfranco Mossetto, erano stati chiari: «Basta rinvii». E così è stato. Si è dunque combattuta la prima battaglia, quella che riguarda la mancata approvazione del piano di bonifica e del permesso a costruire per il nuovo monoblocco sanitario (fondamentale per abbattere quello vecchio, dove sorgeranno i residence di lusso), ma entrambe le parti lasciano degli spiragli aperti: un accordo potrebbe sempre interrompere il giudizio, anche ora che la causa è in decisione. «Il dialogo resta aperto - dice il sindaco Giorgio Orsoni - se i privati hanno intenzione di proseguiire con il piano, gli spazi per farlo ci sono». Mentre Est Capital non commenta ufficialmente, è d'accordo anche Piergiorgio Baita, che con la sua Mantovani è uno dei quotisti di Real Venice II: «Noi vogliamo realizzare l'operazione, ma non a qualunque valore», dice. Il giudice Bano ha chiesto alle parti, proprio vista la complessità della causa, di presentare entro l'1 marzo delle memorie riassuntive: poi la decisione sarà presa nel giro di qualche settimana, sempre che, appunto, non intervenga qualche accordo. L'obiettivo lo spiega bene Baita: «L'area valeva 61 milioni tre anni fa e forse li varrà più avanti, ma ora lo slittamento dei termini del contratto ci ha portato a una fase in cui i valori sono diversi», spiega. Non tanto e non solo perché sono scesi i prezzi (il piano prevedeva di vendere a 78 mila euro al metro quadro), quanto perché si allungano i tempi di vendita in un mercato asfittico come quello odierno. «Dobbiamo solo trovare il modo per mettere in concreto questa idea», continua l'ad di Mantovani. Lì però sono cominciati i guai: Est Capital aveva infatti puntato sull'«earn-out», ovvero un sistema per cui una parte della somma da pagare viene rinviata (e subordinata) al raggiungimento di certe condizioni. Però i privati puntavano a pagare subito 40 milioni (cioè una decina in più della caparra), mentre Ca' Farsetti si sarebbe impuntato su 50. Nessuno però conferma le cifre. «Non eravamo così vicini, altrimenti avremmo chiuso», si limita a dire Baita. Orsoni però non molla: «Sono loro che si stanno tirando indietro, i contratti si rispettano - dice - c'è un bando e c'è una gara che ha detto qual era il prezzo e a quello è stato aggiudicato: se c'è un problema di rimodulazione dei pagamenti se ne può parlare, ma non è accettabile una riduzione».