È quasi un programma politico quello lanciato ieri dal presidente della Biennale, Paolo Baratta, intervenuto al seminario assembleare di Federimmobiliare a Milano. «Di fronte allo scollamento in atto nel Paese tra architetti, committenza e sistema legislativo, bisogna pensare a una renovatio urbis che muova da almeno due aspetti». Il primo di questi due aspetti è «la tutela del ministero per i Beni culturali e delle sue novanta sovrintendenze» che, forse (Baratta non lo dice) può essere a rischio di fronte a possibili accorpamenti o ridefinizioni da parte di un nuovo governo. L'altro è uno sviluppo più coordinato da parte delle amministrazioni locali, «perché ciascun sindaco promuove iniziative per attrarre il turismo nella propria città; ma il turismo non è sufficiente a recuperare complessivamente la competitività». I problemi per una promozione del moderno all'interno di una generale tutela del territorio deve tenere conto di alcuni dati: «La mancanza di una qualità della committenza, le carenze nell'amministrazione della cosa pubblica, l'abbandono della disciplina urbanistica come strumento di gestione e, infine, il numero troppo alto di architetti: 145 mila iscritti all'ordine in Italia contro i 40 mila della Germania e i 28 mila della Francia». La Biennale cerca di offrire un contributo a questa ridefinizione «cercando di avvicinare architettura e società civile, come intende fare anche Rem Koolhaas nella rassegna del 2014». Una strada che, unitamente ad altre proposte suggerite dal presidente di Assoimmobiliare Aldo Mazzocco, potrebbe accompagnare la non sfavorevole congiuntura del settore immobiliare registrata nell'ultimo quadrimestre secondo gli indici Fiups e Sentiment.