Lasciarla così com'è, semi-distrutta e mutilata; oppure restaurarla e riportarla ai fasti di un tempo? La Sala delle Cariatidi, rimasta per sessant'anni negletta e in rovina, nello stato in cui l'avevano ridotta i bombardamenti bellici, oggi finalmente intravede la sua futura rinascita ed il ritorno all'antico splendore neoclassico. Ma non tutti sono d'accordo. C'è chi vorrebbe lasciarla com'è, a testimoniare la dissennata tragedia della guerra; così come nella stazione ferroviaria di Bologna si è voluto lasciare uno squarcio nel muro, a testimoniare la criminale follia dei terroristi. Altri vorrebbero proibire ogni restauro, in nome del fascino emanato dalle rovine; così come alla fine del secolo XVIII ci si commuoveva di fronte a ruderi e frammenti architettonici, in nome del nascente sentimento romantico, che non nella gloria mondana ma nelle lacerazioni dell'animo e nella consapevolezza della caducità umana riconosceva i profondi valori dello spirito. E infine ci sono coloro che ne difendono l'attuale stato fatiscente, traviati da principi estetici aberranti, per i quali l'architettura non deve mirare ad un programma di costruzione, ma deve tendere ad un obiettivo di decostruzione. Il restauro integrale della sala ed il suo parziale rifacimento sono una sana decisione che pone fine ai cerebrali sofismi di quanti non vorrebbero mai né rinnovarla né risanarla. Anche se ad opera ultimata la sala ci sembrerà troppo nuova, troppo lustra, troppo fresca di ori e di vernici, troppo brillante di marmi e di stucchi, essa tuttavia saprà evocare l'epoca in cui è stata costruita, ed il mondo che l'ha voluta, l'ha ammirata e l'ha frequentata. Il medesimo intenso sentimento si avverte visitando i palazzi degli Zar. Restaurati di recente da solerti artigiani russi, spesso - è vero - con troppo zelo e con mano pesante, essi sono capaci tuttavia di resuscitare i personaggi che li hanno abitati, di rievocare gli eroi che vi hanno vissuto, di immergerci in atmosfere che le passate letture ci fanno sentire vicine e familiari. È noto che quei palazzi ed i loro fastosi interni sono stati in gran parte rifatti; e perciò oggi si ripresentano poco autentici e quasi falsi; è tuttavia autentica e non falsa la natura che li ospita, il panorama che li circonda; l'aria che li avvolge. La Sala delle Cariatidi, ricostruita, rinnovata, resuscitata, ci darà l'illusione di essere ospiti alla corte del viceré Beauharnais o di conversare con gli ufficiali del maresciallo Radetzky; la nostra sarà una emozione non tanto architettonica e figurativa, quanto letteraria e narrativa; giacché non ammireremo soltanto la bellezza della sala, ma rivivremo anche un periodo di storia, e ci sentiremo immersi in uno squarcio di passato. Abbandonata nello stato attuale di rudere, la Sala non è altro che il documento di un avvenimento circoscritto, l'attestato di un episodio contingente: le bombe cadute su Milano. Riportata allo splendore originario, diventerà testimonianza di un periodo denso di avvenimenti, di un mondo fremente e appassionato, di un'epoca cruciale e rivoluzionaria. Lasciati alle spalle i fatti della cronaca, la Sala ci introdurrà negli scenari della storia.
Le Cariatidi, impariamo dai russi. La sala va riportata all'antico splendore dei tempi di Radetzky, com'è accaduto ai palazzi degli Zar
La Sala delle Cariatidi, un tempo negletta e in rovina dopo i bombardamenti bellici, è finalmente in via di restauro. Alcuni vogliono lasciarla com'è, come rudere, per testimoniarne la tragedia della guerra, mentre altri vogliono proibire il restauro per preservare il fascino delle rovine. Altri ancora difendono l'attuale stato fatiscente, per i quali l'architettura non deve mirare ad un programma di costruzione, ma a una decostruzione. Il restauro integrale della sala è una sana decisione che pone fine ai sofismi di quanti non vorrebbero rinnovarla o risanarla.
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