«Niam dentro» dice Maccheronica all'amica contessa, «già che qui passiam di San Clemente». L'invito è in «itagliacano», rifiutando la simpatica guida il dialettale «Nom denter», per non offendere le orecchie di una toscana «che il suo dialetto è l'italiano». La chiesa non è da buttar via, visto «che c'è dei più bei quadri del Moretto». Rileggo la proposta del Corriere di sabato. Luca Angelini, truccato da Leporello, non sciorina le «belle che amò» don Giovanni, ma raccoglie pareri e compila il catalogo delle chiese che Brescia amò e che oggi hanno bisogno di lifting: le Grazie, Sant'Agata, San Giuseppe, San Clemente E invita a un sogno (non si fa peccato): che cosa restaurare? Dato questo spunto, ci fossero soldi e volontà, sceglierei San Clemente, incastonata nella minuscola piazzetta della civitacula vetus, in faccia alla palazzina di Agostino Gallo. Gioiello che quasi non meritiamo, com'è trascurata. Nel maggio scorso, tre volte al giorno per 15 giorni, gli attori del Ctb che interpretavano la canossiana Passeggiata di Maccheronica Ciceronessa sostavano davanti alle colonne della chiesina. Come il pifferaio di Hamelin si portavano dietro un centinaio di spettatori. A fermar tutti sul sagrato un nastro rosso, piccola prudenza dopo il terremoto. Scosse o non scosse il portone sarebbe rimasto egualmente chiuso, per mancanza di personale. Proibito quindi ammirare «Sant'Orsola e con lei tutte contente undicimila vergini», quelle martiri moltiplicatesi esageratamente per un'interpretazione sbagliata. Negate di conseguenza le altre quattro pale d'altare del pittore legato alla chiesa vicina alla sua bottega. Per tacere del Cristo risorto del Romanino. E già queste opere basterebbero a farne una grande pinacoteca. Che ha bisogno di un sapiente riordino e poi dovrà non essere aperta a singhiozzo. Sempre se è lecito sognare ad occhi aperti.