Le idee: ristorante, cinema, musei dinamici, giochi Soluzioni minimal per un progetto ambizioso. Un ristorante non di lusso, l'apertura permanente del plastico ferroviario, la rivitalizzazione dei musei (Risorgimento e Marzoli) oggi esistenti, un cinema all'aperto e giochi a pagamento, percorsi pedonali e iniziative di animazione. Il tutto per riavvicinare il castello e la città, insomma per rivitalizzare e rilanciare il colle armato. Sono queste le linee dello studio predisposto da una commissione di esperti coordinata da Nicola Berlucchi e presentato ieri in un affollato convegno nell'auditorium di Santa Giulia. Un progetto che ha il «respiro» di un quindicennio almeno. Fortificato dai Visconti, controllato da Napoleone, scalfito dalle baionette degli austriaci, il Castello tornò in voga 150 anni fa, quando «il capitano Sorelli e altri militari illuminati», ricorda lo storico Franco Robecchi, intuirono il fascino di quel colle brullo e delle torri che scrutavano la città. Poi ci fecero due Expo, ci portarono i leoni, i fascisti fecero i campi da tennis e la colonia elioterapica estiva per i bambini. Già allora, nel Novecento, tutti a discutere su come cogliere le suggestioni sottese di quel gigante. L'hanno fatto anche ieri, in un Auditorium Santa Giulia pienissimo (anche se non è passata inosservata l'assenza di buona parte della giunta e dell'opposizione, esclusi Castelletti e Del Bono), durante il convegno «Il futuro del Castello: nuovi scenari di valorizzazione e di gestione». L'ingegner Nicola Berlucchi ha convocato architetti, intellettuali, amministratori, perché proponessero spunti. Prima ancora, ha raccolto 300 pagine di studi, progetti, fotografie, planimetrie, rilievi, e pensato a un piano che potrebbe concludersi nel 2025. Eccolo. Il Mastio: «Il Museo del Risorgimento è statico. Allestiamo esposizioni, trasformiamo la cisterna dell'A2A in un info-point». Piazzale Mirabella: «Facciamo riaffiorare i relitti della chiesa di Santo Stefano, distrutta nel Settecento». La casa del custode: «Ha un terrazzo incantevole. Rendiamolo un bar». La fossa viscontea: «Un cinema all'aperto». Le torri: «Punti di raccolta per turisti». I campi da tennis: «Organizziamo mostre floreali». L'acquedotto: «Uno spazio per giochi a pagamento». La palazzina Haynau: «Un ristorante ma non troppo esclusivo». L'accesso: «Spostare la fermata dei bus al Castello costa 90 mila euro l'anno. Adibire una navetta ad hoc, 200 mila. Meglio l'ascensore». Franco Robecchi mostra foto in bianco e nero. Racconta la storia del Castello. Quando è stato occupato durante la Guerra, utilizzato per le esposizioni del 1904 e del 1909, quando hanno pensato alla funicolare, costituito un comitato, infine quando Bruno Boni ha portato la locomotiva nel piazzale, fondato il Museo del Risorgimento nel Mastio e un giardino zoologico «che attraeva ben 500 mila persone l'anno. Dovremmo recuperare - ha suggerito Robecchi - la gestione disinvolta di Boni. Altro che i progetti snobistici di Vittorio Gregotti: con l'eliminazione dello zoo ha dato il colpo di grazia». Fiorenzo Meneghelli, esperto nel recupero dell'architettura militare, cita esempi. Salisburgo e la gestione dei palazzi con «reti di società private». Pamplona e i ponti che attraversano la città. Barcellona «ha un castello ostico per gli spagnoli. Come quello di Brescia. L'hanno trasformato in un luogo aperto, un'acropoli cinta da giardini botanici, con esposizioni temporanee, percorsi pedonali, la metro che parte dalla base e le teleferiche che s'inerpicano fino in cima. Un esempio da emulare». Il presidente della Fondazione Cab Alberto Folonari è pragmatico: «Ho una mentalità commerciale. La palazzina Haynau? Sia un albergo. La stanza del generale la facciamo pagare tre volte tanto». Poi ricorda. «Anni fa trovai uno sponsor disposto a pagare una funicolare dal Capitolium al Castello. Poi ci fu la crisi e scomparve. Chissà non si riesca a coinvolgere qualcun altro». Da medico dello sport, oltre che presidente Confapi, Maurizio Casasco lancia un'idea low cost e salutista: «Facciamone una palestra a cielo aperto. Tipo Central park». «Sia un luogo abitato I contenuti affioreranno» Quando gli hanno chiesto di parlare del Castello, il soprintendente del Teatro Grande Umberto Angelini ha aperto l'Enciclopedia Treccani. Pagina x, lettera «F». Fortezza. Cioè: «Forza fisica, robustezza, vigore, o, riferito a cose, resistenza, solidità». Con leggerezza, Angelini cita Bauman. «Già. Nel tempo della società liquida faremmo bene a tornare a riflettere sulla forza». Lui l'ha fatto: qualche anno fa, quando con amici economisti e Lorenzo Jovanotti «un amico» hanno tentato il recupero della fortezza medicea di Cortona. «Abbiamo escogitato un piano di due anni, che includesse interventi architettonici ed eventi culturali. Purtroppo è stato un impegno sporadico. Ognuno di noi è stato richiamato da altri impegni. Tutto sfumato. Per questo credo che il Castello di Brescia esiga una progettualità di lungo respiro, costante, soprattutto orizzontale. Un gruppo di gestione non asfittico o autoreferenziale ma che si lasci contaminare dagli spunti della città. Il Castello dev'essere un luogo abitato e non consumato, una residenza, un punto di partenza e di arrivo. Ai contenuti penseremo poi. Affioreranno da soli, in un processo osmotico e sentito dai cittadini. Il punto è dare uno sguardo nuovo e felice». Un altro sovraintendente, quello ai Beni architettonici Andrea Alberti, cita documenti, leggi, definizioni giuridiche. Insiste sul fatto che «la tutela del Castello spetta allo Stato e la valorizzazione alla città. Penso a un intervento rigoroso che scaturisca da un'iniziativa privata». Bene. Ma che fare? «Bisogna sperimentare forme inedite di gestione, meditare sui tentativi fugaci, alcuni positivi, altri no, compiuti in passato, emulare esempi europei. Soprattutto, non pensare alla monetizzazione ma all'economia, intesa come un uso razionale delle risorse». «Una fondazione mista che lavori per tre lustri» Con il suo accento charmant, Hugues De Varine, esperto in processi di valorizzazione del territorio e ideatore dell'acclamato ecomuseo, parla di un piano «intelligent pour un touriste intelligent. Bandite le masse». Applausi. Il sindaco però ha un sussulto quando apprende la durata del progetto: 15 anni. Lo studioso non fa una piega: «Il Castello di Brescia - dice - deve assurgere a marchio della città. Dunque, è indispensabile un piano in due fasi, messo nero su bianco su una carta di fondazione in cui siano definiti gli obiettivi. Anzi, gli imperativi». Fase uno: la sperimentazione o, come la chiama De Varine, la «création». Durata: un lustro esatto. «Penso a un mandato di cinque anni in cui una fondazione municipale, una onlus o una cooperativa, in ogni caso una piccola equipe, discuta di suggestioni, idee, paesaggio, investimenti per il recupero della fortezza. Potrebbe studiare un progetto che coinvolga teatri, musei, atenei, persino l'agricoltura, in modo da condividere, dunque ridurre, il budget. Il loro lavoro sarà monitorato dall'Università, che esprimerà una valutazione rigorosa e la sottoporrà alla città. Chiunque, infatti, ha il diritto di manifestare un parere. Poi si passerà alla seconda fase». Quella dello sviluppo, in francese «développement». Durata: 10 anni. Dal 2018 al 2028. «Ecco, per plasmare le idee scaturite dalla sperimentazione ci vuole una struttura permanente e gerarchica prosegue De Varine con un manager apicale, un organizzatore di eventi, un addetto stampa, poi tecnici, personale di manutenzione e sicurezza, ma anche fornitori esterni. Dev'essere ibrida, cioè pubblica e privata. Come i finanziamenti. L'investimento, infatti, non può prescindere da una contaminazione tra enti comunali e fondazioni private». «Il modello Bard funziona In sei anni boom di visite» È rannicchiato sull'unica roccia scampata all'ultima glaciazione. Stendhal l'ha ritratto quando aveva 17 anni, Napoleone l'ha espugnato, poco dopo ci hanno fatto un forte. Quello di Bard. Quando la Val d'Aosta ne ha acquisito la proprietà, nel '90, i tetti erano cadenti, la natura aveva fagocitato le mura, le 323 finestre erano frantumate, le vipere serpeggiavano tra le vestigia. «Per restaurarlo dice con una punta d'orgoglio Roberto Domaine, soprintendente della Regione abbiamo creato una società di scopo, la Finbard, che gestisse le risorse elargite da Unione Europea, Stato e Val d'Aosta. Tre anni per elaborare il progetto». Poi l'hanno messo in pratica: i 9 mila metri quadri di tetto smontati, i cortili tornati in ordine, i 14 mila metri quadri di superficie interna si sono scrollati di dosso la polvere dei secoli. Il problema, però, era un altro. L'accesso. «Tra la base della roccia e il Forte ci sono ben 250 metri di dislivello. Abbiamo risolto con ascensori panoramici di cristallo, molto graditi al pubblico per la vista suggestiva che offrono». Hanno anche restaurato le prigioni, fatto una caffetteria molto elegante con gli arredi di Vico Magistretti e poi boutique e ben due alberghi. Senza contare il Museo delle Alpi, nella chiesa sconsacrata intitolata a San Maurizio. Colonne luminose, suoni attutiti, persino un laboratorio per bambini. «Ogni due anni allestiamo anche un mercatino con i prodotti locali: attrae almeno 25 mila persone». Il Forte è stato inaugurato per le Olimpiadi del 2006, e i numeri parlano chiaro: «Dai 48 mila visitatori del primo anno siamo passati ai 279 mila del 2012. Ogni euro speso ne ha generati 6 di ricaduta sul territorio». Brescia prenda appunti. «E faccia dei cantieri-evento, con i cittadini che osservano i lavori in corso».