Il nostro Bel Paese che nei secoli passati ammaliò gli esigentissimi viaggiatori del Grand Tour con i suoi paesaggi, i monumenti, le romantiche rovine e i capolavori d'arte, oggi è decisamente meno bello. Perché la modernità vi ha fatto irruzione con il suo volto più tracotante o banale, perché le necessarie trasformazioni dell'ambiente e del costruito non sono state conformi ai caratteri delle preesistenze, perché non siamo stati in grado di tutelare ciò che il padreterno e il talento artistico degli uomini ci hanno donato. Eppure, abbiamo le leggi di tutela tra le più rigorose al mondo; le due leggi del 1939 sui monumenti e sul paesaggio che hanno disciplinato la materia per sessantacinque anni fino al Codice del 2004, sono state giudicate di eccellente scrittura e di rara perfezione dispositiva. Eppure, siamo ancora il Paese con il maggior numero di Siti Unesco (47, dei quali 6 in Campania) iscritti nella Lista del Patrimonio dell'umanità che ne elenca attualmente 936. Rassicurati da questi primati? Per nulla, perché conseguiamo anche primati di segno opposto nell'oltraggio ai beni culturali. Un quinto del territorio nazionale, ad esempio, ricade nelle aree protette, quasi un quarto di queste sono nel Mezzogiorno dove si concentra oltre la metà dell'abusivismo edilizio nazionale, con la Campania che svetta su tutte le regioni italiane e si colloca ai primi posti in Europa. Non sono solo la bellezza e la legge a essere offese. Vengono meno, e spesso con esiti tragici, la sicurezza idro-geologica dei territori e la solidità del patrimonio edilizio. Gli enti, le istituzioni e le associazioni di tutela combattono ad arma bianca contro nemici che posseggono armi nucleari. La metafora è forte ma non è un'iperbole, tanto potenti ed efficaci sono oggi le strategie messe in atto dalla grande speculazione cui lo Stato contrappone strutture e risorse inadeguate. Con tutta evidenza, qualcosa non funziona nelle politiche di questo settore. Ovvero, più semplicemente e riassuntivamente, i vincoli si dimostrano inefficaci. Dovrebbero essere «baluardi coercitivi» contro abusivismo e illegalità sostiene Ugo Carughi nel suo ultimo, interessante e ponderoso saggio Maledetti vincoli per Umberto Allemandi ma falliscono l'obiettivo di tutela proprio perché sono coercitivi. Formulati come tali, percepiti come tali, disattesi in concreto. Se fossero maggiormente fondati su valori-interessi condivisi con la collettività, se contenessero orientamenti progettuali per guidare gli interventi nei centri storici e nel paesaggio, se avessero il "divieto a fare" come extrema ratio e non come premessa intimidatoria, se, infine, fossero scritti senza che si ingenerassero ambigue interpretazioni che aprono contenziosi senza fine, allora, probabilmente, i vincoli potrebbero esplicare la propria funzione con maggiore efficacia perché percepiti, come punto di equilibrio tra le ragioni della tutela e quelle della collettività. Perciò, maledetti vincoli, per analogia di tesi con il celebre Maledetti architetti di Tom Wolfe del 1981 che criticava da par suo (è l'inventore di fortunate definizioni come radical chic) lo scollamento che è intervenuto tra architetti e committenti con l'affermarsi dell'architettura contemporanea. Proprio alla tutela dell'architettura contemporanea è dedicata gran parte del libro che contiene altresì un'originale e utilissima rassegna della tutela in altre 64 nazioni curata dallo stesso Carughi e da Massimo Visone. Ma la ricchezza dei problemi teorici generali proposti alla riflessione del lettore e l'ampia ricognizione critica su un secolo di legislazione in materia di tutela, ne fanno un contributo ad ampio spettro tematico e cronologico sulle più generali politiche di gestione dei nostri beni culturali. Su questo piano, lo sguardo non è indulgente, non cede alla frequente retorica che ci rappresenta sempre in termini di eccellenza di fronte al mondo quando si tratta dei beni culturali, confondendo così la qualità del nostro patrimonio d'arte con la politica che lo deve programmare e l'apparato amministrativo che lo deve gestire. Carughi fa emergere i capitoli più problematici e controversi dell'attuale legislazione sulla tutela e per essa invoca alcune urgenti revisioni normative. Senza le quali (e qui, tra i numerosi esempi presenti nel saggio ne scegliamo due campani) saranno ancora i giudici amministrativi a decidere se realizzare o meno un'importante opera pubblica di un celebre architetto, come l'Auditorium a Ravello di Oscar Niemeyer; nulla s'è potuto contro la demolizione dell'originaria Arena Flegrea e la brutta copertura dello Stadio San Paolo perché le opere non avevano entrambi i requisiti dei cinquant'anni di vita e della morte dei loro autori. La qualità non dipende dalle lancette dell'orologio e l'architetto non deve morire, commenta Carughi, in un testo che all'impegno scientifico associa spesso un piglio ironico.
CAMPANIA - L'ARCHITETTO NON DEVE MORIRE
Il testo critica la situazione della tutela dei beni culturali in Italia, affermando che le leggi di tutela sono inefficaci a causa della loro natura coercitiva. L'autore, Ugo Carughi, sostiene che i vincoli di tutela non sono sufficienti a proteggere i beni culturali e che la loro applicazione è spesso arbitraria e soggettiva. Carughi critica anche la politica di gestione dei beni culturali, affermando che la qualità del patrimonio d'arte non dipende dalle leggi, ma dalla qualità degli interventi amministrativi. Il testo propone una revisione normativa urgente per migliorare la tutela dei beni culturali.
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