Emanuele Motta: «Con il '900 all'Arengario non c'entra nulla» U n capolavoro che non cessa di far discutere, tra gli usi strumentali della politica e le istituzioni milanesi che se lo contendono. È il «Quarto Stato» di Giuseppe Pellizza da Volpedo, icona del Divisionismo. Nel dibattito si inserisce oggi una voce nuova e appassionata, quella del mercante d'arte e ricercatore Emanuele Motta: bergamasco, classe 1943, meneghino da più di trent'anni con la sua «Quadreria dell'800» in Galleria Manzoni, punto di riferimento per gli addicted del XIX secolo. Motta sostiene a spada tratta e con competenza che il dipinto non sta affatto bene nell'attuale sede, in introduzione al percorso del Museo del Novecento. Sacrificato in una nicchia senza respiro. «Il "Quarto Stato" è datato 1901 ma la sua genesi è durata 10 anni, dal 1891, attraverso infiniti bozzetti e versioni diverse. Rappresenta la summa della cultura sociale lombarda di radice illuministica dell'800, questo è il contesto, e la sua collocazione corretta è alla Galleria d'Arte Moderna da cui proviene». O meglio a Palazzo Marino, come ha proposto tempo fa l'assessore Boeri. Perché «c'è abissale distanza tra l'opera e le avanguardie, in primis il Futurismo, che segna l'inizio del nuovo secolo in campo artistico nel 1909». Da tempo Motta lavora a un saggio sul tema, concluso di recente. Un saggio-pamphlet che abbiamo letto in anteprima, originale e ricco di sorprese, dove considerazioni oggettive e soggettive si intrecciano tra storia, arti visive, letteratura, politica. Tirando in causa Manzoni e Olivetti, Papa Roncalli e Tallone, Mazzini e Raffaello. «L'opera rappresenta l'universalizzazione dei concetti di lavoro e famiglia, motori dello sviluppo e garanti della dignità», sottolinea Motta, che si definisce socialdemocratico turatiano. «Una profonda lezione etica per gli uomini di oggi, schiavi solo del dio danaro».
Milano, Museo del Novecento. Togliamo Pellizza dalla nicchia
Emanuele Motta, un mercante d'arte e ricercatore bergamasco, sostiene che il dipinto "Quarto Stato" di Giuseppe Pellizza da Volpedo non si adatta bene all'attuale sede del Museo del Novecento. L'opera, datata 1901, rappresenta la summa della cultura sociale lombarda dell'800 e dovrebbe essere collocata alla Galleria d'Arte Moderna o a Palazzo Marino. Motta ha lavorato a un saggio sul tema, che esamina la storia, le arti visive, la letteratura e la politica, e sostiene che l'opera rappresenta l'universalizzazione dei concetti di lavoro e famiglia. Motta si definisce socialdemocratico turatiano e considera la lezione etica dell'opera per gli uomini di oggi.
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