Il lavoro di una commissione di esperti. Il ristorante, occasione (finora) mancata Rafforzato dai Visconti, che ampliarono le vestigia medievali e romane, svilito da Napoleone, che ne fece una caserma, trafitto dai colpi durante le Dieci giornate, il Castello di Brescia è un titano acciaccato, un po' burbero (per alcuni faticoso salire fino in cima). Da lustri si parla di un recupero, di opportunità da cogliere, di nuovi utilizzi. Il tema sarà approfondito oggi, al convegno «Il futuro del Castello: nuovi scenari di valorizzazione e gestione», organizzato dalle 15 nell'auditorium Santa Giulia di via Piamarta. L'appuntamento odierno scaturisce da una giornata di studi del 2009 da cui si dipanarono progetti, suggestioni, idee. Su incarico del Comune l'ingegner Nicola Berlucchi ha studiato dati, planimetrie, mappe e fotografie, convocato amministrazioni, enti, associazioni, intellettuali. Lo storico Franco Robecchi porterà documenti che risalgono al 1904, l'esperto in recupero dell'architettura militare Fiorenzo Meneghelli paragonerà il Castello ai suoi «cugini» come il Forte di Brad in Val d'Aosta; Andrea Alberti, sovrintendente dei Beni architettonici, darà il suo parere sul progetto presentato dalla Loggia. Alle 18 ci sarà un dibattito in cui si confronteranno il sindaco Adriano Paroli, l'economista Marco Vitale, il rettore Sergio Pecorelli, il gallerista Massimo Minini, il presidente di Confapi Maurizio Casasco, il presidente della Fondazione Cab Alberto Folonari e il sovrintendente del Teatro Grande Umberto Angelini. Previsto anche l'intervento dell'assessore ai lavori pubblici Mario Labolani, che al recupero del Castello sta pensando da tempo. S'era parlato di un ristorante nella palazzina Haynau: «È ancora nei piani conferma Ho fatto sopralluoghi con alcuni ristoratori, la struttura è vecchia, va restaurata, non tutti sono disposti a investire. Ci vedrei bene un ristorante di gran classe, e sulle vette del Castello starebbe un piccolo bar. Penso a un progetto ampio, articolato, non immediato». «Il museo delle armi merita più visibilità» Gli info-point vanno tanto di moda. «E allora facciamone anche in Castello. Minuscoli spazi in cui spiegare la sua storia affascinante e per tanti ancora inedita di questo monumento». Ma il sovraintendente ai Beni architettonici Marco Fasser ha idee molto più ampie per recuperare la fortezza. «Penso ad alcuni paradigmi europei cui si potrebbe attingere, metodi che hanno dato ottimi esiti. In ogni caso a un progetto non statico, fisso, ma che si possa correggere in itinere. Pluriennale». Qualche esempio: «Riorganizziamo alcuni spazi come il Piccolo e il Grande Miglio e gli edifici a contorno. Il Museo delle Armi merita una più spiccata visibilità. Poi recuperiamo anche gli anditi sottesi, lasciati a se stessi da anni e ormai vuoti, senza più alcuna funzione. Penso anche all'accesso nord del Castello, a quel percorso storico svilito». Ben venga anche un ristorante «che possa attrarre turisti». Niente ascensore, però: «Piuttosto, un servizio bus che porti, magari dal piazzale antistante l'ingresso, fino in cima. Certo le barriere architettoniche sarebbero superate solo in parte. Ma non si può sventrare la struttura con un ascensore». «Colleghiamolo ai chiostri e ripuliamo i sentieri» Ristorante, museo, bar, luna park e chi più ne ha più ne metta. Alt. «Il Castello è prima di tutto una fortezza. Romana, medievale, rinascimentale. Torni ad esserlo» dice Vasco Frati, presidente dell'Aab. Al recupero del gigante dimenticato Vasco Frati si era interessato già trent'anni fa, quando in Loggia reggeva l'assessorato alla Cultura. «Poi avevo chiesto un progetto al professor Vittorio Gregotti». Ne sortì l'idea di scale mobili che s'inerpicano da alcuni angoli della città, «come piazza Tito Speri», bus che portano sul Cidneo passeggini e anziani, il Museo delle Armi e del Risorgimento potenziati, interventi di carattere naturalistico e botanico, bar e ristoranti. «Ma soprattutto cannoniere, bastioni e fossato in grande spolvero: il Castello che torna ad essere una fortezza e offre se stesso, come un tempo. Restituiamolo alle sue origini, colleghiamolo con gli splendidi chiostri di San Pietro in Oliveto, con San Giorgio e Santa Chiara, facciamone un palco per il teatro e il cinema all'aperto, recuperiamone i sentieri ora preda di erbacce». «Allestiamo uno spazio per l'arte contemporanea» Quando era un bambino, e i nonni abitavano in via Porta Pile, ogni domenica mattina il gallerista Ken Damy s'inerpicava fino al Castello a piedi, per vedere il plastico ferroviario. Poi ci ha portato i suoi figli per anni, sempre di domenica e sempre a vedere armi e trenini. Infine ha proposto a Paolo Corsini, quand'era sindaco, di farci un museo della fotografia. Idea sfumata. Non del tutto. «Già. Il Museo delle Armi e del Risorgimento dice attira poca gente. Diciamo la verità: nessuno ci entra da anni. Per questo, in quegli spazi allestirei il tanto invocato e sempre procrastinato Museo di arte contemporanea, che di sicuro attirerebbe l'interesse di molti, estate e inverno. Al Castello, infatti, ci si dovrebbe andare sempre, non solo quando fa caldo e si ha voglia di passeggiare con il cane». Ken Damy pensa anche a «un ristorante nella palazzina intitolata al generale Haynau, eventi culturali, insomma un ammodernamento che non comporti spese pazze, visto che non possiamo permettercele. Bisogna intercettare il turismo locale, quindi i bresciani: far tornare la voglia di andare in Castello». «Eventi raffinati, cinema ma niente sciatteria» Dici valorizzazione e a Rossana Bettinelli, dell'associazione Italia nostra, vengono i nervi. «Già, perché è una parola pericolosa: valorizzare che cosa? In che modo? Ancora ricordo quando proposero di fare del Castello, meglio di una sua parte, un resort 5 stelle. Lessi i giornali in Sicilia. Mi rovinarono la vacanza». Allora che fare? «Prima diciamo cosa non fare: trenini, luna park, parco giochi. Ce ne sono già abbastanza. Il Castello non è il tendone di un circo. Da escludere pure sventramenti per parcheggi o, peggio, ascensori megagalattici, tipo quelli progettati da Gregotti. Che assurdità». Quindi? In positivo, che azioni mettere in campo? «Anzitutto il castello va ristrutturato, tutelato, custodito. E reso fruibile. Alcune strutture rovinate devono essere rimesse in piedi con un intervento attento e coerente. I giardini, poi, vanno sistemati, ma ovviamente senza abbattere un solo albero. Infine dovremmo renderlo il fulcro della vita culturale, con eventi raffinati, cinema all'aperto, mostre. Niente sciatteria, però». «È una città immaginaria. Abitiamola con fantasia» «Ciò che assopisce qualsiasi monumento è un utilizzo soltanto monumentale. Il Castello come museo, o testimonianza di una funzione del passato, resterà sempre là in cima, dormiente» dice Gigi Cristoforetti, il bresciano direttore del Festival Torinodanza, e prima del festival del circo nella nostra città. Quindi? «Un luogo dev'essere abitato, vissuto con rispetto ma anche con fantasia. I suoi angoli fantastici devono prendere mille vite diverse, debitamente articolate. Dove mangiare, dove giocare, dove leggere, dove guardare uno spettacolo o trovare un'opera d'arte». Una chimera? Non è detto. «Il Castello può essere una rappresentazione felice di una città immaginaria che oggi non esiste più, fatta da percorsi e desideri singoli riuniti in una sorta di continuità del tempo libero». Cristoforetti aveva già inebriato di suggestioni il Castello anni fa, con la festa del circo. Un sospiro. «Non avevamo cercato solo di fare un teatro all'aperto, ma di inventarci sentieri e passeggiate nell'immaginario. Forse questa dimensione non appartiene alla Brescia di oggi».