Maledetti vincoli è l'ironico titolo di un denso volume di Ugo Carughi che parafrasa quello di un noto bestseller di Tom Wolfe. D'altronde i vincoli, si sa, non godono di buona stampa. Tant'è che sempre più ricorrente nelle dispute urbanistiche è divenuto il neologismo «vincolismo» per connotare il fenomeno degenerativo dell'eccesso di proibizioni che tende a frenare lo sviluppo. Tuttavia se correttamente intesi i vincoli non solo sono indispensabili alla tutela del patrimonio storico, ma si rivelano anche un fecondo stimolo per l'ideazione. Come regole degli scacchi, piuttosto che inibire, valorizzano l'intelligenza strategica del giocatore, così le norme possono esaltare le potenzialità inventive nel «gioco sapiente» dell'architettura. Se ciò è vero in linea di principio, resta altresì innegabile che ancor più complessa dell'ormai consolidata legislazione finalizzata alla protezione del patrimonio storico risulta la problematica inerente a La tutela dell'architettura contemporanea, alla quale sono dedicate le 420 pagine dell'ampio libro che Ugo Carughi, funzionario di spicco del ministero per i beni e le attività Culturali, ha dato alle stampe per i tipi delle edizioni Allemandi nella prestigiosa collana diretta da Carlo Olmo. La complessità deriva innanzitutto dalla relatività del giudizio su ciò che merita di essere preservato nella miriade delle costruzioni recenti. Benché resti un trauma nella cultura europea la demolizione di alcuni capolavori dell'architettura «moderna» quali l'abbattimento a Bruxelles negli anni sessanta della Maison du Peuple di Victor Horta, al pari della distruzione a Parigi negli anni settanta delle Halles di Victor Baltar sarebbe tuttavia assurdo pretendere di conservare tutto ciò che è stato edificato fino a ieri. E ciò non solo per ragioni pratiche, ma anche per motivi giuridici. Come ben evidenzia Carughi, in Italia permane una carenza legislativa in tale campo. Gli unici strumenti validi per vincolare architetture contemporanee sono i dispositivi previsti della Legge 1089 del 1939 (applicabili però solo dopo cinquant'anni dalla morte dell'autore) e della Legge 636 del 1931 sul diritto d'autore (che implica tuttavia una rivendicazione soggettiva, più che istituzionale). Peraltro rimarca sarcasticamente Carughi «l'ultimo decreto legge n.702011 (convertito nella legge 12 luglio 2011 n.106) ha portato il blocco temporale addirittura a settant'anni Una delle domande a cui sentiamo di rispondere è se sia proprio sicuro che il discernimento e la difesa della qualità debbano dipendere in modo tanto determinante dalle lancette dell'orologio». Va da sé che è una domanda retorica. Anche alla luce di una sistematica comparazione delle legislazioni a scala internazionale redatta in collaborazione con Massimo Visone, oltrepassando i confini dell'Europa per estendere l'osservazione a 360 gradi, dagli Stati Uniti al Giappone viene affermato senza perifrasi che sul parametro cronologico debba prevalere il giudizio di valore, da articolare su tre categorie concettuali: il grado di interesse dell'opera, la natura dell'interesse, nonché la stretta correlazione tra i vincoli di tutela e la pianificazione urbanistica. Benché tali considerazioni siano mirate a proporre modifiche o integrazioni alla vigente normativa del «Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio», il libro di Carughi non è un trattato giuridico, ma un discorso teorico. A ben vedere, il tema nodale del saggio verte sulla relazione tra i principì della tutela e la condivisione di tali valori da parte della collettività. Di notevole interesse è in tal senso il capitolo dedicato ai casi più eclatanti sul conflitto di opinioni tra i caldeggiatori dell'innovazione contemporanea e i difensori dei caratteri identitari delle città e dei paesaggi italiani. Non a caso come icona di copertina è stato prescelto il plastico del progetto discutibile e molto discusso ideato di Arata Isozaki per la nuova uscita degli Uffizi in piazza Castellani a Firenze. Non meno significative restano, però, le veementi polemiche sollevate da alcuni episodi che ci riguardano più da vicino, come il contestatissimo restyling della Villa Comunale di Napoli attuato da Alessandro Mendini o l'osteggiato inserimento nel suggestivo paesaggio di Ravello del moderno Auditorium di Oscar Niemeyer. Senza aggiungere nuovo combustibile sul fuoco delle controversie, Carughi preferisce documentare con rigore dati e date, nonché argomentare con pacatezza i diversi pareri. Ne deriva anche un contributo alla storicizzazione dell'attualità. La morale della favola è che selezione critica sia un passaggio obbligato per una visione non acefala dei «vincoli» da apporre ai monumenti di ogni tempo e, a maggior ragione, alle architetture contemporanee. Se è vero che spetta alle istituzioni preposte alla tutela decidere cosa conservare e con quali modalità, resta altresì innegabile che in tale valutazione gioca un ruolo non sottovalutabile anche la pubblica opinione, mediante le associazioni civiche e le dialettiche mediatiche. Considerata la relatività di ogni giudizio di valore, con molta probabilità la conflittualità tra opnioni diverse continuerà a essere, come è stata finora, ineludibile all'interno della cultura sociale. Ma, proprio per questo, è importante discutere sui princìpi teoretici, prima ancora che sui singoli episodi.