Vecchi e spesso malati vengono abbattuti Un albero non è mai solo un albero. Ne sanno qualcosa gli scrittori, che sin dalle origini ne hanno fatto figure mitico-simboliche: un po' perché ci somigliano per la loro struttura antropomorfa, un po' perché il loro ciclo biologico, sovrastando quello umano, ci rassicura sulla durata dei tempi. Dunque, non deve meravigliare se proviamo un moto naturale di ribellione ogni volta che ci troviamo di fronte all'abbattimento, dato come inevitabile, di una pianta secolare. A sollievo degli animi più sensibili verso la natura, da oggi le 20 mila piante monumentali d'Italia sono tutelate da una legge che prevede sanzioni e richiede mappature ai comuni. L'ultimo caso contrastato è quello di Camogli, dove l'instabilità dell'antico pino marittimo che si staglia (si stagliava) sul lungomare era diventata una minaccia per i cittadini al punto che la sovrintendenza ne ha decretato la fine. Così, ieri è stato dato il via alle motoseghe per tagliare quella che veniva considerata una presenza storica e addirittura un simbolo della città ligure, presenza immancabile nelle opere dei pittori della domenica e delle cartoline illustrate inviate dai turisti in tutto il mondo. Mentre un'antica illustrazione dell'inizio del secolo scorso riproduceva, sulla terrazza dell'Hotel Pesce d'Oro, la sua frondosità esuberante, nelle fotografie degli ultimi anni quel povero pino scheletrico che pendeva in avanti sembrava volersi gettare nel mare e farla finita spontaneamente. Del resto, nella lunga battaglia di cui il «pinus pinaster» è stato oggetto incolpevole, a un certo punto il Tar aveva segnalato che l'«accanimento terapeutico» del Comune nel cercare di salvarlo a tutti i costi, con interventi di messa in sicurezza, avrebbe potuto rappresentare un inutile «danno erariale». Proprio come ogni creatura vivente, anche gli alberi si ribellano. E l'unico modo che hanno per rivalersi sull'incuria degli uomini e sulla cementificazione cieca è morire. Perché più dell'età, spesso e volentieri potè l'urbanizzazione selvaggia e, nel migliore dei casi, la semplice distrazione collettiva, come osservava opportunamente lo scrittore Silvio Ferrari sul Secolo XIX di ieri. Se per Sciascia l'ulivo saraceno voluto dal vecchio Pirandello sulla scena teatrale de I giganti della montagna fu scelto come simbolo di un luogo e simbolo della memoria, è proprio vero che un albero non è mai solo un albero. Per questo, un paio d'anni fa per salvare il ficus magnolioide di Villa Garibaldi a Palermo, importato dall'Australia nel 1845 e ormai assalito da muffe e parassiti, si mobilitò un team di scienziati con strumentazioni pionieristiche. Che portino nomi minacciosi, tipo «Ceratocystis Ulmi», o nomi gentili come «Orchidella», che siano piogge o incendi, oppure sedicenti «motivi industriali», i nemici di solito sono letali. Persino la famosa sequoia gigante californiana «George Washington» e la quercia di Versailles sotto cui andava a ristorarsi Maria Antonietta hanno avuto una lunga agonia. E il destino del celebre pino a ombrello sul golfo di Napoli arrivò al capolinea del 1984. Malattia inguaribile. Ma non c'è bisogno di ricorrere alle rievocazioni illustri: l'estate scorsa si è aperta una battaglia interna alla giunta leghista di Bergamo a proposito del paventato taglio di platani secolari in via delle Valli. E sempre nel 2012 Fulco Pratesi ha denunciato l'abbattimento di piante protette della Faggeta di Bassano Romano, il cosiddetto «Bosco di Biancaneve». Ci sono poi casi degni di un racconto di Poe: prima di Natale, due abeti giganteschi di Pescopennataro, un paese di montagna in provincia di Isernia, sono stati abbattuti per addobbare, per le festività, Piazza San Pietro e il Colosseo, riempiendo di orgoglio campanilistico il sindaco del posto. Se può accadere nei contesti naturali, figurarsi la strage quotidiana all'interno delle città: le immagini della rimozione del pino antico simbolo del quartiere romano Pigneto sono disponibili nel web. L'anno scorso toccò all'ex ragazzo della via Gluck Adriano Celentano denunciare lo scempio milanese di quindici platani in via Sammartini. A Castiglioncello, tre giorni fa un'altra vittima ha seminato proteste: il pino marittimo nel giardino del Caffè Ginori, che in passato fece ombra a Mastroianni e Gassman. I privati poi, si sa, fanno come vogliono: e può bastare il desiderio di avere un posto auto per cancellare ogni scrupolo naturalistico adducendo vaghe ragioni di salute (dell'albero), com'è successo tempo fa in via di Villa Albani a Roma. Se Ulisse trovò riparo in una tana tra un olivo e un olivastro, oggi per ristorarsi c'è chi preferisce un box.
Quei simboli secolari che rischiano di sparire. Gli alberi da salvare
In Italia, 20.000 piante monumentali sono tutelate da una legge che prevede sanzioni per l'abbattimento. Tuttavia, molti alberi vengono abbattuti ogni anno, spesso senza una motivazione chiara. L'ultimo caso è quello di Camogli, dove un pino marittimo è stato abbattuto per essere sostituito da un albero più resistente. Altri esempi di abbattimento di alberi monumentali sono stati segnalati in diverse città, tra cui Palermo, Bergamo e Roma. L'abbattimento degli alberi è spesso motivato da problemi di salute o da richieste di urbanizzazione, ma non sempre è giustificato.
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