Il capolavoro recuperato dai nostri restauratori ROMA «Un pezzo straordinario, un capolavoro assoluto non solo dell'arte mesopotamica, perché appartiene all'intera umanità. È un motivo di orgoglio per l'Italia che il suo ripristino porti la firma dell'Istituto superiore per la conservazione e il restauro». Se il grande Vaso di Warka, come spiega il capoprogetto iracheno per l'Istituto, Alessandro Bianchi, è tornato da pochi giorni nel cuore del Museo di Bagdad completamente ricostruito nei minimi dettagli, il merito è della grande tradizione del restauro italiano, che ha tra i suoi padri personaggi del calibro di Cesare Brandi e Giovanni Urbani: un settore, quello del restauro storico-artistico, in cui il nostro Paese continua ad essere leader indiscusso nel mondo, anche nelle aree a rischio come l'Iraq. Il Vaso di Warka riassume in sé sia l'antichissima vicenda storica e culturale della Mesopotamia che la recente, contemporanea tragedia del popolo iracheno. È un'opera in alabastro, alta più di un metro, e proviene dalla città protosumera di Uruk, l'odierna Warka, nel sud del Paese. Risale al 30 secolo avanti Cristo e descrive, in una complessa e ricca decorazione a bassorilievo, scene con animali, piante, cortei di uomini e donne che offrono frutti della terra alla dea Inanna. È il più antico esemplare di arte figurativa e insieme narrativa del Vicino Oriente Antico e testimonia la visione del mondo dell'uomo nella prima civiltà mesopotamica. Lì, ed è un esordio assoluto nella storia, il tempio e la divinità della città si ritrovano al centro della vita umana e dell'organizzazione sociale. Il vaso è, insomma, un autentico manifesto del rapporto tra uomo e divinità. Dal momento della sua scoperta (1934, durante una campagna archeologica tedesca) il Vaso di Warka è diventato un simbolo dell'Iraq e della sua straordinaria civiltà. Poi, tra il 10 e il 12 aprile 2003, durante lo spaventoso saccheggio del Museo di Bagdad, venne rubato e ritrovato il 12 giugno successivo dopo un lavoro di intelligence delle autorità irachene. Era ridotto in 15 pezzi (gli stessi dello scavo originario, aveva evidentemente ceduto il materiale del restauro del 1934) ne mancava all'appello solo uno di appena 5 centimetri per 7. Il restauro italiano cominciò, dopo un accordo con l'Iraq, nel marzo 2004. Il ministero per i Beni e le attività culturali donò il materiale necessario al ripristino e inviò una missione di restauratori dell'Istituto superiore che contemporaneamente tenne un corso didattico per i colleghi iracheni. Nel giugno 2004 l'operazione era vicina alla conclusione, anche grazie al sostegno dell'allora ambasciatore Ludovico de Martino, ma nel frattempo era diventato impossibile garantire la sicurezza alla squadra italiana. Pochi mesi fa il ministero italiano ha ripreso i contatti con le autorità irachene ed è ripartita una missione guidata da Alessandro Bianchi con il restauratore Carlo Usai, esperto in antichistica, e con la collaborazione a Bagdad di un professionista esterno per i rapporti con le autorità irachene, Paolo Battino. Ora il vaso è perfettamente restaurato ed è già al suo posto nel museo, ma sono in programma cerimonie ufficiali e formali. Dice l'attuale ambasciatore italiano in Iraq Massimo Marotti: «Questo restauro riassume in sé tanti elementi positivi per l'Italia agli occhi del governo di Bagdad. Cioè la restituzione di uno dei simboli archeologici e, in senso generale, culturali del Paese. La prosecuzione di una partnership, nell'ambito della cooperazione, che prevede la formazione di restauratori sotto la guida italiana e anche nuovi allestimenti di altri musei regionali iracheni. L'Italia e l'Iraq hanno in comune la titolarità dei due più importanti e antichi patrimoni archeologici della storia umana. È logico che collaborino, parlando la stessa lingua culturale». Fin qui la cronaca di questi giorni. Ma non è escluso che l'Italia possa riuscire, nei prossimi mesi, a ottenere un breve prestito per una mostra a Roma. Sarebbe un bel capitolo non solo per il restauro italiano ma anche come segnale per la «normalizzazione» dell'Iraq.
L'alleanza tra Italia e Iraq fa rivivere il Vaso di Warka
Il Vaso di Warka, un capolavoro dell'arte mesopotamica, è stato recuperato dai restauratori italiani dopo essere stato rubato dal Museo di Bagdad durante lo spaventoso saccheggio del 2003. Il restauro è stato condotto dall'Istituto superiore per la conservazione e il restauro e ha richiesto la collaborazione di esperti iracheni. Il vaso è stato restaurato in modo da tornare al suo aspetto originale e ora è al suo posto nel Museo di Roma. L'ambasciatore italiano in Iraq, Massimo Marotti, ha dichiarato che il restauro è un simbolo della cooperazione tra l'Italia e l'Iraq e che potrebbe essere il primo di una serie di collaborazioni culturali.
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