PISA Una mattina di settembre hanno aperto la porta e sono entrati nel teatro disabitato da mezzo secolo. Sono rimasti a guardare la bellezza di quello spazio vietato alla città, fra stucchi settecenteschi, affreschi sfioriti, poltroncine d'epoca, vetri rotti, materassi e rifiuti. Pisa, teatro Rossi, centro storico, piazza Carrara: l'università davanti e alle spalle, il lungarno accanto. Il Rossi è «aperto», cioè occupato. Il Rossi vive, anzi, lotta per non morire una seconda volta. «E' il nostro Valle» scherza qualcuno pensando al teatro romano, bandiera del bisogno di una cultura nuova, che viene dal basso, accessibile e d'avanguardia al tempo stesso. Il Rossi è occupato da un gruppo di studenti universitari, artisti, aspiranti registi, insegnanti, impiegati, gente precaria, giovanie non: cioè l'«assemblea». Un avamposto senza steccati, senza biglietto, «aperto». Doveva essere un blitz di tre giorni e fine della dimostrazione invece va avanti da quattro mesi. Non si fanno bene i conti quando c'è di mezzo il cuore: «Non ce la siamo sentita di abbandonare questo teatro» racconta Marica che lavora in una casa editrice. Così le luci lì sono rimaste accese e chi vuole può esibirsi, in platea o sul proscenio, tra gli affreschi che si staccano dai muri, i palchi inaccessibili per le crepe, i pavimenti che risuonano del vuoto. «L'ultima stagione teatrale è stata nel 1942» ricorda Ilaria Distante, attrice. Poi il teatro è diventato un cinema,è stato usato per gli incontri di boxe. A metà degli anni '60, giù il sipario. In seguito è stato un deposito di biciclette, l'abitazione di un custode e infine un tetto per viandanti. «Quando siamo entrati, al piano di sopra c'era un dormitorio» racconta Melanie, collaboratrice di enti culturali. Adesso al Rossi hanno restituito un ruolo, una voce, anche se precaria: «Abbiamo ospitato reading di poesia, concerti, attori, artisti prosegue Melanie - sono passati da qui Isabella Staino, Gabriele Vacis, i Gogmagog, Carla Benedetti e molti altri. Con Luigi Blasucci per una lezione su Leopardi c'erano 80 persone». Gli spazi vivono di idee. Enrico, 22 anni, studente di storia dell'arte dice che questa è «una nuova generazione di occupazioni perché va oltre il bisogno di aggregare le persone, si pone il problema di come far funzionare il teatro in maniera aperta». Fuori dai velluti, «e dalle Nancy Brilli che certo riempiono le platee, ma dialogano con un solo tipo di pubblico». «Non peschiamo dalla solita mangiatoia di eventi - dice una ragazza - vogliamo un teatro che sappia parlare a tutti e che sia un posto da frequentare oltre lo spettacolo». La soprintendenza negli anni ha tenuto in piedi questo edificio con lavori di ristrutturazione spesso interrotti per mancanza di fondi. Sarebbe interessante capire da quale ratio sono stati guidati: perché, ad esempio, sono stati rifatti i bagni con rubinetti d'ottone ed eleganti mattonelle lasciando andare alla malora altri spazi? Dal comune, l'assessore alla Cultura Silvia Panichi spiega: «Dicono che siano necessari 6 milioni per rimetterlo in funzione, ma si potrebbe pensare a un restauro parziale magari soltanto della platea. L'occupazione ha fatto capire che Pisa ha bisogno di uno spazio di creatività di questo genere e il Rossi potrebbe diventare un laboratorio artistico». Lo è già. Il fatto è che quegli spazi hanno seri problemi di sicurezza, cosa che preoccupa le autorità. L'occupazione continua, anzi è prevista una tre giorni (6-7-8 febbraio) di workshop con Jean Guy Lecat esperto in recupero di teatri e scenografo del regista Peter Brook (info su www.teatrorossiaperto.blogspot.it). A chiudere l'8 febbraio, conversazione con Salvatore Settis, storico dell'arte ed ex direttore della Normale (che aveva aperto il Rossi per una straordinaria maratona dantesca) e Ugo Mattei, autore del manifesto "Beni comuni" edito da Laterza. Proprio un bene comune è questo teatro «rubato» alla città e a chi la respira: «Non possiamo accettare di sentirci dire: bravi ragazzi, bella iniziativa, ma adesso andate via perché non ci sono soldi edè pericoloso». Com'è triste la prudenza, si leggeva su uno striscione del teatro Valle a Roma.