L'inchiesta: chiusi 200 edifici, un patrimonio artistico ad alto rischio Le chiese di Napoli stanno morendo: infiltrazioni d'acqua, umidità, affreschi che rischiano la rovina. Un grande patrimonio artistico può finire in malora. Finora già duecento edifici hanno chiuso i battenti. Il caso più eclatante quello di San Giovanni a Carbonara. Duecento gli edifici di culto chiusi. Su molti piove dentro. Le opere d'arte attaccate dall'umidità ll caso di San Giovanni a Carbonara Si chiude, i visitatori sono pregati di uscire». La voce che rimbomba tra le navate della basilica di San Giacomo degli Spagnoli è quella di un custode. Con un incedere flemmatico continua ad affacciarsi all'ingresso della basilica e a ripetere sempre la stessa frase: «Si chiude, i visitatori sono pregati di uscire». I visitatori, già... Ce ne dovrebbero essere a decine, ma non è così. La folla alla quale si «chiede» di uscire è più che altro un'entità astratta. In realtà nella basilica c'è solo un turista, un uomo alto che continua a guardarsi attorno e a consultare freneticamente una guida. E evidente che quell'ordine gridato da lontano non gli sia chiaro, sono più che altro i gesti del custode a convincerlo ad imboccare la porta. Uscendo guarda l'orologio, prova a chiedere il perché di questa chiusura anticipata. Tenta in inglese, poi accenna qualcosa in italiano. Niente. Il suo interlocutore non sembra interessato alle proteste. Poi però accenna una risposta: «Devo controllare sopra» dice lapidario. Dopo farfuglia qualcosa che somiglia alla parola «rain». SI, «Pioggia». Lo ripete due o tre volte «ieri pioggia». Un gesto di stizza e quella surreale conversazione si chiude. E si chiude anche il cancello della basilica. Quello che il custode avrebbe voluto spiegare, nonostante la barriera linguistica, è che la chiusura anticipata (solo dieci minuti) serve per controllare lo stato della cupola della basilica e del resto del tetto, dalla quale ormai da tempo entra acqua ogni volta che piove. Proprio così, sulle opere d'arte e sugli affreschi dell'antica chiesa di epoca vicereale, riconosciuta a Napoli come chiesa nazionale di Spagna, piove. Già in autunno erano state individuate e segnalate delle gravi infiltrazioni d'acqua dal soffitto, che con il tempo avevano portato alla caduta di intonaci e stucchi. «Una situazione vergognosa» commenta Antonio Pariante, presidente del comitato civico Santa Maria di Portosalvo, che tra i suoi scopi statutari vede la tutela dei luoghi culturali e di tutte le chiese abbandonate nel centro storico partenopeo. «Nonostante l'edificio sia praticamente un tutt'uno con Palazzo San Giacomo, sede del Comune, nessuno si preoccupa di intervenire. Eppure questa situazione mette a rischio dipinti di grande valore. Penso alla Crocifissione e la Madonna e i santi Antonio da Padova e Francesco, di Marco Pino; la Deposizione di Giovanni, Bernardo Lama; la Madonna e San Girolamo, di Michele Curia. Ma anche il dipinto di Domenico Antonio Vaccaro che raffigura San Giacomo condotto al martirio e quello di Pietro Bardellino sul fondo della navata sinistra, la Madonna della Vittoria con San Pio V e don Giovanni d'Austria». Capolavori che altrove sarebbero valorizzati e custoditi, che a Napoli sono invece insidiati dall'umidità e dalle piogge. A rischio anche il sepolcro di Don Pedro de Toledo, monumento funebre dedicato al viceré di Napoli Pedro Alvarez de Toledo y Zuniga. E la situazione di San Giacomo degli Spagnoli, basilica che resta aperta solo grazie all'impegno dei volontari del Touring Club Napoli, non è molto diversa da quella di molte altre chiese partenopee, spesso lasciate all'incuria del tempo se non addirittura chiuse e abbandonate, nonostante al loro interno siano custoditi manufatti, gioielli e affreschi di grande valore. Secondo una stima, ritenuta attendibile anche dalla Soprintendenza speciale del Polo Museale di Napoli, sono circa duecento gli edifici di culto che restano chiusi. Veri e propri capolavori che sono ormai abbandonati e in rovina. Ne è un esempio la chiesa di San Giovanni a Carbonara, di epoca medievale, dove le preziose opere d'arte sono purtroppo compromesse in maniera irrimediabile. Uno scempio e uno spreco di danaro, visto che per molte di queste chiese sono stati stanziati milioni di euro. Soldi che però non sono mai stati spesi, o che sono stati spesi male. In molti casi i restauri sono iniziati, e a distanza di trent'anni non sono ancora finiti. Un caso eclatante è quello di Sant'Agostino alla Zecca o della chiesa di Sant'Aniello a Caponapoli. Quest'ultima inaugurata dopo dieci anni di ristrutturazione e poi nuovamente chiusa. «Così - dice Panante - marcisce il patrimonio dell'Umanità». Il riferimento è alla lista Unesco, che ha incluso il centro storico di Napoli tra i beni da tutelare. Un riconoscimento tutt'altro che formale visto che a breve dovrebbero arrivare 100 milioni di euro (fondi europei) che serviranno a salvare una quindicina di chiese. Intanto, passeggiando per i decumani, la sola cosa che si nota è una sequenza incredibile di portoni chiusi e di pali metallici che ingabbiano i monumenti sin dall'epoca del terremoto. Così, dimenticate da chi dovrebbe curarle, molte di queste chiese sono state violate e vandalizzate. È il caso della chiesa di Santa Maria dei poveri di Gesù Cristo, anticamente un conservatorio che ha accolto un giovanissimo Wolfgang Amadeus Mozart. E ancora, la chiesa dei Crociferi in uno dei quartieri popolari di Napoli, la Sanità. Altro monumento all'indifferenza è poi la chiesa di Santa Maria della Pazienza. Nel santuario le infiltrazioni d'acqua hanno portato negli anni alla caduta di intonaco dal soffitto. Così, l'unica possibilità per il parroco è stata quella di transennare con delle panche l'area di pericolo. Nulla invece si può fare per evitare la devastazione delle opere d'arte, datate tra il Seicento e il Settecento, che rischiano di essere definitivamente perdute. Tra quelle custodite nel santuario: la «Fuga in Egitto» di Hendrick van Somer e le nove tele dei soprarchi con le «Allegorie delle Virtù», di Giovanni Battista Lama (la decima è di Lorenzo De Caro). Irriconoscibile ormai la bella cupola attribuita a Cosimo Fanzago. Di peggio, se possibile, accade poi nei santuari e nelle chiese abbandonate, dove gioielli, opere d'arte e antichi cimeli restano sepolti per anni o addirittura vengono trafugati per essere poi rivenduti a collezionisti privati. Sono in molti nel cuore di Napoli a conoscere questa realtà. Fosse per altro che nei vicoli della città nulla passa inosservato. Ogni minimo spostamento, qualsiasi «visita» salta all'occhio. Poi però a denunciare sono in pochi. Cosi, a frenare il commercio illecito delle opere d'arte resta solo il lavoro delle forze dell'ordine. Esemplare quello svolto dal Nucleo dei carabinieri per la tutela del patrimonio artistico. Una battaglia che però vede in campo forze impari. E mentre una mano si batte per frenare lo scempio, altre cento sono all'opera per razziare e depredare questi tesori negati di Napoli.