Né lui, né sua sorella Mariarosa hanno mai voluto parlare della vicenda del saccheggio della biblioteca dei Girolamini, nella quale, loro malgrado, hanno avuto una ruolo da protagonisti. Protagonisti positivi, s'intende, perché se non fosse stato per la coraggiosa resistenza passiva opposta da Piergianni Berardi e da sua sorella alle scellerate scorribande notturne tra gli scaffali, consentite, come sostiene la Procura, dal direttore Massimo Marino De Caro, e se, soprattutto, i due impiegati non avessero deciso di mettere in allarme i professori Tomaso Montanari e Filippomaria Pontani, in visita all'antica struttura, e, infine, se, dopo le denunce dei due docenti, non avessero trovato il coraggio di confermare nei dettagli ai carabinieri l'indecente segreto della biblioteca, il sacco della preziosa collezione di volumi antichi sarebbe continuato chissà per quanto tempo ancora, sicuramente con danni incalcolabili. Poco dopo le 13, quando la notizia degli ulteriori sviluppi dell'inchiesta della procura di Napoli è già di dominio pubblico, il bibliotecario è al suo posto. La sua discrezione, come sempre, protetta dal grande portone di ferro in via Duomo, rigorosamente sbarrato. Al citofono risponde un suo collega, che non chiede chi lo desideri. «Non salga però, lui scende fra un attimo». Un attimo che dura un po' di più. Nell'attesa il titolare dell'edicola vicina rivela che nella zona in tanti si erano accorti degli strani movimenti notturni, dei carichi nemmeno poi tanto misteriosi. Finalmente il portone si apre. Compare un uomo sotto i sessant'anni, con un atteggiamento a metà strada tra il pacioso e il sospettoso. E cortese, ma cerca di dribblare per l'ennesima volta il fastidio di apparire. «Sì, piacere, Berardi sono io, ma di questa storia non posso e non voglio parlare, dei fatti accaduti qui dentro ho parlato e parlerò solo con le autorità preposte». Vabbè, ma almeno un commento sul riconoscimento che il presidente della Repubblica Napolitano ha voluto concedere ai due fratelli, cioè il titolo di Cavaliere in segno di gratitudine per il servizio reso alla collettività. «Quello sì, certamente si lascia andare è stato un grande onore per noi. Anche se ufficialmente ancora non sappiamo nulla». Cinquantasette anni, Piergianni Berardi lavora in biblioteca dal 1974. La sorella Mariarosa ha preso servizio qualche anno, prima poco dopo la morte del padre. Lui, Piergianni, frequentava l'Oratorio. E così, quando si creò l'opportunità di lavorare, archiviò in fretta l'adolescenza. «Praticamente sono entrato qui quando avevo ancora i pantaloni corti». E ora, senza retorica, è una sorta di eroe civile. «Non è così, io ho semplicemente fatto quello che tutti dovrebbero fare. Nel caso specifico tutti vedevano e nessuno parlava. Non era giusto. Non credo di aver compiuto chissà quale impresa. Nella nostra società è importante che ognuno nel proprio ambito dia il buon esempio». Si è concesso anche troppo. Si congeda in fretta. «Mi scusi ma ora devo risalire». Un stretta di mano particolarmente cordiale, forse perché liberatoria. E Piergianni Berardi può ritornare nel suo tranquillizzante cono d'ombra dove lo attende sua sorella Mariarosa. Lontano dalle conseguenze inevitabili di un atto di coraggio, più forte della naturale ritrosia, verso quell'arca del sapere che lo accolse quasi quarant'anni fa.