«Nel guardarla si rivivono le stesse emozioni provocate dalla visita all'Abbazia di Colle-maggio dell'Aquila dopo il terremoto o della devastazione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Sarajevo presa a cannonate nel 1992 dall'artiglieria serba». È uno dei passaggi della relazione che i tecnici incaricati dalla Procura di Napoli hanno redatto dopo la visita all'austera biblioteca dei Girolamini, la più antica presente a Napoli e già aperta al pubblico nel lontano 1586. I sei ordini d'arresto emessi ieri dal pool di magistrati, che da oltre un anno lavora per ricostruire il «sacco» dell'immenso patrimonio librario conservato per secoli nel complesso monumentale situato nel cuore di Napoli, si aggiungono a quelli che hanno già portato in carcere l'ormai ex direttore della biblioteca, Marino Massimo De Caro, e tutti i suoi più stretti collaboratori. Compreso don Sandra Marsano, il curatore del complesso monumentale, finito agli arresti domiciliaci. Coinvolto nell'indagine anche il senatore Marcello Dell'Utri: per gli inquirenti avrebbe ricevuto da De Caro almeno dieci testi antichi provenienti dalla biblioteca. Il diretto interessato, che si difende spiegando che si tratta di «una bufala, una balla assoluta», ha restituito una parte di questi doni. Mancano all'appello, scrivono i carabinieri, la rara edizione del 1518 di «Utopia» di Thomas More e il «De Rebus Gestis» di Vico che De Caro ha ammesso di aver consegnato personalmente al senatore. «Ciò che è stato fatto alla biblioteca dei Girolamini è stato un atto premeditato, organizzato e brutale. Un saccheggio di un patrimonio culturale inestimabile», è rabbioso il tono che Giovanni Colangelo, procuratore di Napoli, utilizza nel commentare l'esito delle indagini. Una rabbia che lascia il posto all'amarezza quando ammette che «non sappiamo se riusciremo a recuperare tutto quanto è stato depredato perché sarà difficile individuare la provenienza dei volumi e questo perché la banda si è preoccupata di tutto, eliminare i cartellini di riconoscimento, mischiare i libri, rilegarli». Il gip la battezza I'«associazione De Caro». Tutto gira attorno alla figura di Marino Massimo De Caro, consulente prima al ministero dell'Agricoltura e poi a quello dei Beni culturali. Ministero che ha deciso, per altro, di non costituirsi parte civile nella vicenda. Una datata amicizia col senatore Marcello Dell'Utri, che ne caldeggiò la nomina al ministero, con cui divide la passione per il mondo del libro antico. Grosse aderenze con il sistema economico e bancario della Russia e legami con una «corte» fidata di antiquari, mediatori e case d'aste. Come i lanzichenecchi calati su Roma, così De Caro e i suoi uomini hanno provveduto a saccheggiare i preziosi libri della biblioteca dei Girolamini, provvedendo, poi, a cancellare in maniera sistematica le tracce. Gli esperti hanno trovato i fondi smembrati, libri accatastati senza criterio e cataloghi in parte distrutti. Un caos montato ad arte per cancellare le tracce dei libri sottratti. Azioni che avvenivano soprattutto di notte, con gli abitanti di via Duomo che raccontavano di furgoni carichi di scatoloni che partivano dall'antico complesso monumentale. Sono oltre duemila i testi ritrovati in meno di un anno dagli inquirenti, costretti a fare la spola tra case d'asta di Parigi, Monaco e New York e i depositi dove l'organizzazione stoccava i libri. «Secondo le mie possibilità di valutazione il valore dei volumi da me sottratti non dovrebbe essere superiore ai due milioni e mezzo di euro», ha rivelato ai magistrati lo stesso, De Caro. Nei colloqui con gli investigatori, l'ex direttore ha raccontato di furti anche nella Biblioteca Ximenes di Firenze, nel Seminario vescovile di Padova, nella Biblioteca Nazionale di Napoli (dove fu sottratto il «Sidereus Nuncius» di Galileo), in quella di Monte Cassino (qui venne portato via il «Compasso» sempre di Galilei) e nella Biblioteca dei Padri Scolopi di Firenze.