Professor Antonio Paolucci, lei dirige i Musei Vaticani (cinque milioni di visitatori nel 2012) dopo essere stato ministro dei Beni Culturali, che effetto le fa sentire di centinaia di preziosi volumi sottratti a una biblioteca? «Mi addolora ma purtroppo non mi sorprende. Nell'Italia dei mille musei e biblioteche sta evaporando l'immenso patrimonio nazionale. Il dissesto in corso ha una pluralità di cause: furti, degrado, cambi di destinazione d'uso. E il tessuto culturale del Paese che sta crollando. Se non si colma il ritardo a livello di formazione, subiremo la completa liquefazione di quel patrimonio diffuso che è la vera ricchezza italiana». A rischio sono i "piccoli"? "Sl. Nei grandi musei come gli Uffizi la soglia di attenzione e di sicurezza è più alta, mentre i danni maggiori si registrano nelle strutture meno conosciute e perciò meno sorvegliate. Eppure la specificità del patrimonio culturale italiano è proprio la sua pervasività e diffusione. Tutelarlo è un servizio reso alla collettività che non si può misurare nei termini economici della parità di bilancio». Lei è stato soprintendente a Firenze e Venezia, in base alla sua esperienza sul campo chi deve vigilare? «Il sistema delle soprintendenze è un'invenzione italiana che tutto il mondo ci copia e invece è in via di smantellamento. Occorre che il soprintendente sia un autocrate statale, lontano dai localismi e distaccato da interessi particolari. Nell'Italia dei campanili e delle mille città, l'esiziale riforma del titolo quinto della Costituzione ha spostato i poteri dai soprintendenti ai sindaci e agli assessori, alimentando incompetenza e decadenza con effetti disastrosi sulla conservazione del patrimonio. E lo Stato che deve occuparsi della conservazione dei beni come si fa carico della scuola e della sanità. Si è tagliato fino a rendere impraticabile la tutela del patrimonio, sostenendo che la cultura non sfama nessuno. E invece serve a rendere civile un popolo». Qual è il danno della mancata tutela del patrimonio? «Incalcolabile. La vera redditività di un museo o di una biblioteca sta nella capacità di trasformare un uomo in un cittadino, nell'azione di preparare l'individuo alla complessità del mondo. Il loro profitto consiste nell'incivilimento. Senza difese, il patrimonio svanisce e ciò rappresenta uno sconvolgente paradosso perché la civiltà giuridica della tutela è nata in Italia, al tempo di Leone X che per primo comprese come, nel settore dei beni culturali, l'autorità amministrativa e prescrittiva vada inserita nella competenza tecnica. Per questo nel 1516 Raffaello divenne soprintendente di Roma». E oggi? «La Costituzione promuove lo sviluppo della cultura e tutela il patrimonio artistico. I costituenti assegnarono allo Stato centrale la tutela del patrimonio nazionale. Con il federalismo questo meccanismo naufraga. Lo Stato non può disinteressarsi della conservazione del patrimonio e dell'identità culturale delle nazione. Ogni dipinto razziato o biblioteca depredata sono una ferita. insanabile alla civiltà. Una rovina per l'Italia e l'umanità intera».