La storia nel fango: a Sibari adesso arrivano i volontari. L'archeologo D'Alessio: «Una catastrofe. Contiamo di venirne fuori, ma temiamo che qualcosa possa andare perduto per sempre». Fosse un telegramma, questo ne sarebbe il testo. Ma non lo è, perché non bastano poche parole, e forse nessuna parola davvero basta, per evitare il dilatarsi del dolore e della sensazione di impotenza che sale dentro quando ci si ferma ai margini della statale 106, davanti ad un cancello dal quale, fino a dieci giorni fa, entravano ed uscivano visitatori di ogni nazionalità. Oggi passano soltanto i mezzi di soccorso. Vigili del Fuoco, operai del Consorzio di Bonifica, persino gli orgogliosi agricoltori della Coldiretti. Con le loro idrovore giorno e notte si alternano per svuotare la piscina in cui s'è trasformata l'antica capitale della Magna Graecia. Il 18 gennaio, all'alba, il fiume Crati ha travolto gli argini e s'è riversato fin qui, dove nel 720 a. C. gli Achei avevano edificato Sybaris, la più opulenta tra le colonie magnogreche fino al fatale conflitto con Crotone, che nel 510 a.C. la rase al suolo. Vennero poi Thurii (444 a. C.) e dopo ancora (nel 194 a. C.) Copia, colonia romana. E quel che fino a quel maledetto 18 di gennaio all'occhio si mostrava era ciò che delle due città, Thurii e Copia, costruite l'una sulle rovine dell'altra, l'incedere dei secoli aveva restituito anche grazie agli scavi avviati, negli anni Trenta del secolo scorso, dall'archeologo Umberto Zanotti Bianco. Confinato a Sibari per una fastidiosa (per altri) allergia al fascio littorio. Quelle ricerche avevano permesso di localizzare con certezza, dopo numerose e contraddittorie ipotesi, l'impianto urbanistico di Thurii, progettato da Ippodamo di Mileto, racchiusa in magna pars nel parco del Cavallo, cui s'aggiunge, non molto distante, il parco dei Tori. Ben visibili due grandi arterie: una corre da nord a sud, l'altra da ovest ad est. Su questi stradoni sboccava la rete parallela delle vie dell'abitato. Tutt'attorno le terme, ma anche i ruderi del teatro romano, con la sua platea, la cavea ed i muri perimetrali, e gli affreschi ed i mosaici che adornavano le case signorili, più romane che greche. Era così. Oggi non è lo più. Domani, chissà. Per giorni il livello dell'acqua s'è mantenuto sopra i 5 metri. Poi, a metà della scorsa settimana, il lento ritorno alla normalità idraulica, ma solo a quella. Perché via l'acqua è emerso il fango. Che ricopre ancora muri, colonne, pavimenti, mosaici. «Quando ho visto di persona quello che era capitato racconta Alessandro D'Alessio, archeologo e funzionario dell'ufficio territoriale archeologico di Sibari mi sono detto: è un disastro: come e quando ne usciremo?» L'interrogativo resta attuale, tra lampi di fiducia e nubi di terrore. Silvana Luppino, direttrice del polo archeologico sibarita, per uscire dall'incubo fa la spola tra Sibari e Reggio Calabria insieme alla Soprintendente Simonetta Bonomi. Insieme studiano piani d'azione e tessono rapporti e contatti con Roma, che fin qui s'è sentita solo al telefono. «E presto per fare una stima dei danni. Solo in queste ore sono riemersi, ad esempio, la domus che sta ai lati della platea, l'emiciclo del teatro, le terme», dice intanto D'Alessio. Impressioni, almeno quelle? «Siamo fiduciosi», aggiunge, facendo professione di ottimismo. Ma la paura resta. Palpabile. «La preoccupazione è per ciò che ancora non si vede, per i mosaici e i piani pavimentali: le pavimentazioni in lastre di marmo, peraltro di recente oggetto di lavori di rafforzamento, dovrebbero essere salve, ma per i mosaici temiamo danni irreparabili. Ma saremo in grado di dirlo con certezza solo quando potremo almeno vederli». Per riuscirci, si pensa a combinare il lavoro di speciali idropulitrici e l'opera di operatori qualificati, confidando naturalmente in finanziamenti straordinari del ministero e di investitori privati. Che non dovrebbero mancare, come già non mancherebbero i volontari disposti a dare una mano per venir fuori dall'emergenza: «Abbiamo ricevuto moltissime offerte d'aiuto in tal senso: quando il quadro sarà ben definito, valuteremo se e come avvalercene», conferma D'Alessio, richiamando alla mente la suggestione degli angeli del fango, che volarono su Firenze nell'autunno nero del 1966. Altri tempi, ma il tempo che passa a volte ritorna. E stavolta il fango s'è mangiato Sibari, condannando a morte la storia. E quel che è peggio, pare che il resto d'Italia stenti ad accorgersene.
SIBARI (COSENZA) - Sibari, distrutta due volte
L'antica città di Sibari, in Calabria, è stata sommersa dal fango dopo il crollo degli argini del fiume Crati. L'archeologo D'Alessio descrive la situazione come "disastro" e "incubo". La città, fondata dai Greci nel 720 a.C., era stata rasa al suolo nel 510 a.C. e successivamente ricostruita. Negli anni Trenta del secolo scorso, gli scavi avevano permesso di localizzare l'impianto urbanistico di Thurii, una delle colonie greche. Oggi, il fango copre muri, colonne, pavimenti e mosaici. L'acqua è emersa, ma il fango è ancora presente, rendendo difficile la ricostruzione.
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