Il ministero ha provato a equiparare i beni architettonici e paesaggistici a un normale appartamento: il pericolo pare sventato, ma se vale il principio del silenzio-assenso che accade? ROMA Per il patrimonio artistico non c'è proprio modo di star tranquilli né di abbassare la guardia. Che pericolo aleggia adesso, vi chiederete? Che uno possa decidere di fare lavori su beni architettonici o paesaggistici di sua proprietà, dimore antiche o parchi, per esempio, chieda il permesso, ma se l'autorizzazione non gli arriva entro un certo periodo, si presume 120 giorni, vale il principio del silenzio-assenso: ovvero che la mancata risposta della pubblica amministrazione equivalga a un sì. Pare invece scongiurato (ma è bene essere vigili) il rischio che basti un'autocerficazione amministrativa da spedire al Comune per avere via libera come se si trattasse di un normale appartamento. Le associazioni che si occupano di tutela e ambiente per sicurezza lanciano l'allarme. Perché le conseguenze, sostiene Giuseppe Chiarante dell'associazione Bianchi Bandinelli, sarebbero «devastanti». Oggi se qualcuno vuole ristrutturare il proprio palazzo del '400, il parco, il giardino all'italiana, un bene di valore storico-artistico o paesaggistico e vincolato grazie alla legge di tutela del 1939, deve ottenere l'autorizzazione della soprintendenza competente. Se uno avvia i lavori fregandosene bellamente e viene scoperto, rischia parecchio. Non vale la regola per i normali interventi di ristrutturazione che possiamo fare a casa nostra, ad esempio se dobbiamo rimettere in sesto un soffitto ballerino perché non ci cada in testa in un edificio di pochi decenni fa, senza alcun pregio: per far questo intervento, pagate il dovuto, spedite la «Dia», una Dichiarazione di inizio attività alla direzione urbanistica del Comune, e il documento vale automaticamente come autocer-tificazione. Siete nel rispetto delle regole purché l'amministrazione pubblica non vi stoppi entro 60 giorni. Il provvedimento risale al 1990, dal 1993 è regola generale per legge, ma esclude i beni culturali e basta il buon senso a intendere il perché: il patrimonio artistico e paesaggistico può certo e legittimamente essere proprietà privata, ma in fondo è anche della collettività, non lo si può trattare in piena libertà. Eppure c'è chi ha pensato di sì. Anche se il ministro della funzione pubblica Mario Baccini (la proposta è partita dai suoi uffici) l'altro ieri ha dichiarato che i beni culturali, loro no, non si toccano. Stamattina l'argomento arriva in sede di pre-consiglio dei ministri, in settimana dovrebbe arrivare al consiglio vero e proprio. Si tratta di una bozza in un disegno per modernizzare lo Stato, sveltire la burocrazia, in cui il ministero della funzione pubblica ha provato a estendere l'autocerti-ficazione di inizio attività (la «Dia» di prima) al patrimonio culturale e paesaggistico in una norma definita «Semplificazione della regolamentazione». Oltre tutto applicando anche il principio del «silenzio-assenso»: via libera automatico se non arriva una risposta entro i tempi stabiliti (se vale come principio generale per tutta l'amministrazione si suppone che sarà di 120 giorni). Magari nessuno si accorge della richiesta, le soprintendenze hanno poca gente e poco tempo, nessuno se ne accorge, la risposta non arriva e uno magari ti trasforma la casa sette-ottocentesca senza renderne conto ad alcuno se non al proprio portafoglio. Ma se n'è accorto il direttore della Scuola Normale di Pisa nonché consigliere del ministro per i beni culturali Urbani Salvatore Settis che, il 22 febbraio, ha lanciato una pubblica denuncia. Allora il ministro Urbani ha dichiarato più volte che per i beni culturali vincolati lui è contrario e si oppone. Bene, però è già successo che il principio del silenzio-assenso riguardo alla vendita di beni di valore sia passato perché così voleva l'ex ministro all'economia Tremonti, nonostante il no proprio di Urbani. «Ci sono diverse versioni del testo - spiega il capo ufficio legislativo dei Beni culturali Mario Torsello - La prima versione in effetti prevedeva l'applicabilità ai beni culturali del silenzio-assenso, in un'altra è escluso, l'ultima non è stata diramata e ne discutiamo oggi, il problema rimane se il principio del silenzio-assenso riguarderà tutte le istanze rivolte alla pubblica amministrazione. Quanto alla Dia, il ministero alla funzione pubblica ha dato la disponibilità a escludere i beni culturali». In vista del rischio le associazioni si mobilitano: Italia Nostra, la Bianchi Bandinelli, l'Assotecnici per la tutela dei beni culturali, con un appello da sottoscrivere sul sito www.patrimoniosos.
Beni culturali, basta il silenzio e ristrutturi la villa del '500
Il ministero della funzione pubblica ha provato a estendere l'autocertificazione di inizio attività (la Dia) ai beni culturali e paesaggistici, applicando il principio del silenzio-assenso. Questo provvedimento è stato lanciato per semplificare la burocrazia, ma le associazioni che si occupano di tutela e ambiente hanno lanciato allarme per le conseguenze devastanti che potrebbero derivare. Il direttore della Scuola Normale di Pisa e consigliere del ministro per i beni culturali Urbani ha denunciato la proposta e il ministro Urbani ha dichiarato di essere contrario.
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