Tutto ebbe inizio quando una contadina, lavorando nel feudo di sant'Anastasia di proprietà del barone Paolo Vagliasindi, a sei chilometri da Randazzo, trovò un anellino d'oro. Con sollecitudine corse a consegnarlo al barone che, intuendone il valore storico, intraprese i primi lavori di scavo. Giorno dopo giorno veniva alla luce una necropoli di cui si intuiva l'importanza. Stabiliti i primi contatti con la Direzione delle antichità di Palermo, Antonio Salinas intraprese una regolare campagna di scavi che lo impegnò dal 1889 al 1890 nelle contrade S. Anastasia e Mischi. Successivamente nel 1904 Paolo Orsi, direttore della Soprintendenza della Sicilia orientale, portò alla luce le altre tombe (una trentina in tutto, coperte da grandi tegole poste a spiovente e per tale motivo definite "a cappuccina"). Considerevole il corredo funerario (monete, vasi, anfore, statuette, monili, utensili) risalente al V e IV sec. a. C. Per le norme in vigore, la maggioranza dei preziosi reperti fu trasferita al Museo nazionale di Palermo e a quello archeologico di Siracusa. Per gli altri manufatti (i reperti rinvenuti nelle prime indagini) e in particolar modo per l' "oinochoe Vagliasindi", il più prezioso tra i ritrovamenti (un prezioso vaso in terracotta a figure rosse su fondo nero), il barone Vagliasindi oppose una strenua resistenza, rifiutando ogni offerta. Volle che ciò che restava della preziosa raccolta rimanesse a Randazzo. Destinò pertanto una sala del suo palazzo alla custodia dei reperti della necropoli di S. Anastasia e ne garantì la fruibilità per i visitatori. All'ispettore del Museo nazionale di Roma, Giulio Emanuele Rizzo, si deve l'encomiabile impegno che lo portò, nel 1904, a catalogare i preziosi reperti. fornendone in seguito un'interessante testimonianza in una breve pubblicazione. A curarsi della collezione dopo la morte di Paolo Vagliasindi, avvenuta nel 1913, fu il figlio Vincenzo, ma i bombardamenti del 1943 danneggiarono gravemente il palazzo: molti reperti andarono in frantumi, altri furono saccheggiati. Fortunatamente i Padri Cappuccini del vicino convento recuperarono i pezzi superstiti, che negli anni '60 vennero custoditi, in via provvisoria, nella casa di riposo di Randazzo che, a detta di Vincenzo Cantarella, nipote di Vincenzo Vagliasindi, doveva essere in origine, con buone probabilità, il cosiddetto "Pubblico Mendicicomio", istituito dal barone Paolo Vagliasindi per dare ospitalità a chi ne avesse bisogno, assicurando un pasto caldo ed un giaciglio. Finalmente, nel 1998, la collezione archeologica ha trovato una degna collocazione nel castello di S. Martino, il castello svevo di Randazzo, il maniero che il barone Carmelo Vagliasindi, nel 1813, fu costretto a cedere in enfiteusi al Comune, essendo entrate in vigore le leggi sull'abolizione della feudalità. Il museo si articola su cinque sale. La raccolta comprende ceramiche di fabbricazione greca, 700 reperti provenienti da Atene, da Corinto e dalla Ionia; non mancano quelli di produzione locale. Sono stati catalogati, inoltre, 70 reperti bronzei greci e romani, 17 reperti in ferro, greci, romani e medievali, Ricchissima la collezione numismatica, Preziosissima l'oinochoe Vagliasindi, ma a questa dovremo dedicare un altro capitolo 27012013
SICILIA - Da un anellino d'oro nacque il Museo Vagliasindi prezioso tesoro di Randazzo
Una contadina trovò un anellino d'oro in un feudo di Randazzo, che fu poi scavo dal barone Paolo Vagliasindi. Venne scoperta una necropoli con 30 tombe, tra cui una trentina di reperti funerari, tra cui monete, vasi e statuette. La maggior parte dei reperti fu trasferita al Museo nazionale di Palermo e a Siracusa, mentre il barone Vagliasindi oppose una resistenza per mantenere alcuni reperti. Il barone destinò una sala del suo palazzo alla custodia dei reperti e ne garantì la fruibilità per i visitatori. Dopo la morte del barone, il figlio Vincenzo curò la collezione, ma i bombardamenti del 1943 danneggiarono il palazzo.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo