L'allarme di monsignor Aldo Armani: «Sulle panche i resti del gesso che si stacca, noi possiamo solo raccogliere l'acqua» Riccardo Buscemi, Pdl: «I candidati s'impegnino per inserirla nel Fondo Edifici di Culto» PISA Piove. E stavolta la parola ha un doppio senso, reale e metaforico. Nella chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri, omonima piazza disegnata dal Vasari, l'agorà della Scuola Normale, le infiltrazioni stanno da anni deturpando dipinti, sculture, arredi e mettono in pericolo l'esistenza di questo gioiello dell'arte. Sembrava che l'appello di monsignor Aldo Armani, rettore della chiesa che anni fa denunciò lo scempio della «Lapidazione di Santo Stefano», una pala lignea firmata da Giorgio Vasari attaccata da muffa e infiltrazioni, avesse fatto breccia. La Esselunga aveva stanziato 70 mila euro per il restauro del dipinto e allora si disse che, chi di dovere, avrebbe anche sistemato il tetto e nella chiesa non sarebbe mai più piovuto. Bugie. Ieri il monsignore ha denunciato di non aver visto un centesimo e che le infiltrazioni d'acqua sono sempre più insidiose. «Conviviamo con le bacinelle per raccogliere l'acqua piovana e sulle pareti vi sono i segni delle scolature e sulle panche i resti del gesso che si stacca», ha detto il sacerdote. E quando usa il noi, Armani non invoca il plurale maiestatis, bensì si riferisce ai tanti nomi illustri che aleggiano nella chiesa. Come il Bronzino, autore di una Natività collocata sull'altare della navata laterale sinistra anch'essa a rischio infiltrazioni insieme ad altri dipinti. E ancora Jacopo Ligozzi, con "Il ritorno dei Cavalieri di Santo Stefano da Lepanto» e gli stendardi strappati all'esercito ottomano. E naturalmente il Vasari. Che ha costruito la chiesa e dipinto la pala che adesso non può tornare nella sua dimora fino a quando la pioggia non smetterà di cadere dal tetto. Una mancanza clamorosa, quella della Lapidazione di Santo Stefano, perché l'opera non è solo un capolavoro, ma un simbolo che il Vasari volle lasciare in quella chiesa voluta da Cosimo I de' Medici per l'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, fondato dal granduca anche per combattere la pirateria turca del Mediterraneo. L'opera nasconde una curiosità storico-artistica e forse anche un po' esoterica. Il Santo Stefano ritratto nel momento del martirio non è lo Stefano papa di inizio del terzo secolo che fu decapitato, bensì lo Stefano protomartire lapidato subito dopo la crocifissione di Gesù e citato negli Atti degli apostoli. Probabilmente il Vasari volle in questo modo unire idealmente i due beati che portano il nome dell'ordine cavalleresco. Un particolare che continua a interessare i cavalieri di Santo Stefano. Un ordine nato a Firenze per volere di Cosimo I (il figlio di Giovanni dalle bande nere) al quale potevano accedere i nobili e poi sciolto nel 1859 dal laico Bettino Ricasoli quando il capoluogo toscana divenne momentaneamente capitale d'Italia, ma affatto scomparso. Nel tempo si è trasformato diventando un ordine dinastico familiare gestito dalla famiglia Asburgo-Lorena. «La chiesa dei Cavalieri è un bene nazionale ha detto in una nota Riccardo Buscemi, consigliere comunale Pdl . Per questo chiedo a tutti i candidati pisani d'impegnarsi per inserire l'edificio nel patrimonio del Fondo Edifici di Culto, gestito dal ministero dell'Interno».