MANTOVA Occupa quasi tutto il campo visivo il rosso porpora del cardinale Silvio Valenti Gonzaga, col bianco del pizzo della cotta e dell'ampio, morbido risvolto d'ermellino del manto sopra il quale s'innesta il faccione rotondo, roseo, contornato dall'argentea parrucca. Pierre Subleyras. il pittore francese che verso la fine del terzo decennio del '700 si era trasferito a Roma dove aveva avuto successo soprattutto come ritrattista, deve essersi davvero impegnato per restituire un'immagine fedele dell'autorevole prelato, nobilitando la sua pinguedine nel sapiente accordo di rossi che sfumano dalla tonaca, al cappello, al manto, al drappo che copre la vicina tavola. Un altro ritratto del cardinale, dipinto da Giovanni Paolo Pannini oltre la metà del 1700, lo raffigura nell'atto di leggere una lettera al papa Benedetto XIV che, nominandolo segretario di stato per sedici anni si avvalse della sua comprovata abilità diplomatica, peraltro accertata già molto prima da Clemente XI. di cui era stato, non ancora trentenne, camerlengo. E anche col successore, Benedetto XIII, ebbe altri incarichi di alta responsabilità, e così pure con Clemente XII, da cui ricevette la nomina di cardinale e di legato pontificio. Tre papi, di casati diversi, serviti in poco meno di mezzo secolo. Valenti Gonzaga, mantovano di nascita, a Roma era giunto nel 1710, giusto a vent'anni, dopo studi classici e una laurea in diritto civile e canonico presa a Ferrara. Roma era certo la città ideale per intraprendere la carriera religiosa, ma anche per assecondare quegli interessi artistici che lo portarono poi a raccogliere una collezione davvero cospicua circa ottocento opere e a firmare un 'Editto di tutela del patrimonio storico-artistico' di Roma. Editto di straordinaria importanza se si pensa alle disastrose dispersioni di prestigiose raccolte, e al mercato quasi senza controlli di reperti archeologici e opere d'arte di vario genere che rispondeva ai crescenti appetiti collezionistici e all'incalzante domanda che giungeva anche da varie parti d'Europa. Gli artisti e la porpora. Come il Valenti Gonzaga riuscisse a conciliare uno spirito da moderno legislatore coi suoi interessi di collezionista non è faccenda che riguardi direttamente la mostra curata da Raffaella Morselli e Rossella Vodret, appena aperta a Mantova negli spazi di Palazzo Té (dove rimarrà fino al 15 maggio) e che propone un numero inevitabilmente contenuto una cinquantina di dipinti appartenuti alla vastissima raccolta del prelato. Una collezione che poco dopo la sua morte, nel 1756, andò dispersa, in parte venduta per far fronte ai debiti di un nipote, parte finita in mano ai Torlonia, e parte ancora uscita dall'Italia per le vie del Nord. Ma la particolarità della mostra "Ritratto di una collezione" sta nel fatto che essa ruota intorno al dipinto di Giovanni Paolo Pannini. proveniente dal Wadsworth Atheneum di Hartford, che rappresenta la 'Galleria del cardinale Silvio Valenti Gonzaga', accompagnata dal primo bozzetto e una sua successiva copia. Il catalogo dipinto Il quadro ripropone l'immagine del cardinale mentre si ritrova, insieme allo stesso Pannini, con Pietro Navarro, artista a lui caro, il nipote, un nano, alcuni scienziati e religiosi, in una maestosa galleria sovraccarica di decorazioni e dipinti. Si direbbe a tutta prima la rappresentazione dello spazio e della collezione vagheggiati dal cardinale, che nelle mani del Pannini acquistano tutto il fascino, anche scenografico, di una galleria ideale. Nemmeno per sogno. Se così si era pensato, la scoperta che molti dei dipinti effigiati nel celebre quadro del Pannini corrispondono ad opere realmente appartenute alla raccolta, rende questa tela una sorta di catalogo dipinto, oltretutto prezioso per le ricerche sulla storia della collezione e della sua diaspora. Quelle stesse copie di opere celeberrime che vi sono riprodotte, come il ritratto di Leone X di Raffaello, se prima avevano tatto pensare alla rappresentazione di una galleria ideale, tornano invece a conferma della fedeltà del 'ritratto di una collezione' che annoverava, fra tele di Veronese. Barocci, Passerotti, Vaii Laer, Borgianni, Mola, Van Wittel e diversi altri autori di varie scuole, anche alcune copie di celebrati artisti del passato, alcune delle quali presenti in mostra. E quel quadro, che era in fondo il ritratto più eloquente del cardinale collezionista, celebrava al tempo stesso il gran teatro della pittura esaltato dallo spazio architettonico che ne costituiva la scenografia ideale. Un tema, questo, ben caro al Pannini.