Il critico e polemista boccia senza appello la candidatura del Nord-Est 2019 «visto come è stata amministrata da destra e sinistra la città non ce la può fare» SAGRADO. «Vi chiedete se Venezia sarà la Capitale europea della Cultura nel 2019? Non avverrà, per come è sempre stata amministrata, da destra e da sinistra. Melo auguro, ma prevedo che verrà superata da altre città italiane, sicuramente minori sotto il profilo storico e artistico». Parola del sempre caustico, quanto suadente, Vittorio Sgarbi, il celebre critico d'arte approdato ieri a Sagrado nella Villa Castelvecchio di Castelnuovo per un Forum su Ville e giardini. Il tema della candidatura era stato oggetto, in mattinata, di un intervento a cura dell'editore del mensile Nordesteuropa, Filiberto Zovico, che apriva la questione alle Tre Venezie, terre dall'«antica vocazione globale», oggi tutta «da reinventare». Ma nonostante le allusioni "tombali" su Venezia Capitale, Sgarbi ha poi tracciato una serie di rotte salvifiche per arrivare a una valorizzazione dei tanti peculiari patrimoni propri di un certo Nord-Est. Per farlo, il suo discorso è partito dalla prefazione che ha firmato per il volume Castelnuovo Passato Presente e Futuro, opera della ricercatrice Miriam Dellasorte e dello storico Fulvio Salimbeni. Il libro, dettagliato esempio di una moderna ricerca storiografica, (e quindi multi-disciplinare) pur trattando una realtà apparentemente minuta riesce infatti a rievocare temi di primaria grandezza. Come spiegato infatti dagli autori, non si tratta di una volume incentrato sulla villa in quanto "monumento", ma piuttosto su un reperto di una ricca storia rurale, economica e sociale che si snoda attraverso cinque secoli, a partire dal 1500. Nell'antica dimora, attigua al parco dedicato a Ungaretti, sono state ritrovate importanti pitture, affreschi e "graffiti memorabili", lasciati dai soldati che qui furono trattenuti durante la Prima guerra mondiale. «Sono una testimonianza di vita che non muore, su un muro che diventa carta», ha affermato Sgarbi, aggiungendo che «il lamento di un prigioniero non sceglie l'eternità, ma proprio per questo sembra ancora vivo», come lo è nelle torture odierne di altri "eroi" dimenticati. Accanto al «grido di dolore di Ungaretti che invece diventa lapide», c'è la storia frammentata di molti individui, raccolta attraverso una paziente opera di ricucitura, restauro e ricostruzione di documenti e testimonianze. Un mondo che ci parla di Massoneria ma anche di vini, di contadini e nobiltà, di lingue e di dialetti, di Imperi che furono e di un'Europa che è, o che verrà. Forse, certo, ma l'allusione qui appare concreta. Sgarbi, leggendo un passaggio del testo «che sembra quasi l'abbia pensato io» condensa così i sopraccitati elementi: la nostra civiltà si sta rivelando limitata e difficile, come lo è la salvaguardia della vita e dell'ambiente; oggi torniamo per scelta a fare i contadini, per difendere il nostro olio, pane e vino quotidiano dai rischi della globalizzazione. E lo facciamo, in quest'ottica, anche per non perdere il peso specifico della nostra energia vitale. Sgarbi si spinge anche più in là, ricordando che «non c'è cultura più alta dell'agricoltura», un po' come affermava Gogol, già nel 1852. Da quel tempo ne abbiamo fatto di strada, «e ora i borghesi recuperano i dialetti, come per altro i leghisti», mentre la storia continua a essere una tela di paradossi, scaturiti dall'incrocio delle bizze del tempo e dello spazio.