Gallidellaloggiamente parlando si vuole un "Ministero della Cultura", ma sembra più una baita per tecnici Ci fosse in giro gente capace davvero di fare un dignitoso Minculpop, vabbè, si potrebbe pure provare. La cultura sempre in pericolo, il sapere sempre critico, l'intellettuale sempre allertato - si capisce benissimo che ci sarebbe allora da sorvegliare, da battagliare, da denunciare. Un Bottai, per dire - pur smussolinizzato, non s'intravede. (Così, il primo rischio pare evitato). C'è anche il sospetto di una "cultura di Stato (che poi nel nostro caso diverrebbe inevitabilmente una cultura di partito)"? Che ci sia una "cultura di Stato" o, almeno, una "cultura di partito" - che non sia l'artista a volte pur d'arte orbo sistemato, l'amichetta messa a favore di telecamera, il teatrante noioso stabilizzato, il cinematografaro cui il gravoso impegno ha prosciugato il riposante genio: magari provassero (con comico giubilo del popolo tutto) a dire "quali debbano essere le forme d'arte, letterarie, cinematografiche", come si allarma Esposito sull'Unità - non pare. E dunque i due timori che inquietano tanto Ernesto Galli della Loggia quanto il filosofo Roberto Esposito appaiono infondati. I due hanno messo mano a un documento per chiedere in Italia, "uno dei pochi Paesi d'Europa" che non ne ha, l'istituzione di un "Ministero della Cultura" - gran fiorire di maiuscole: si vede che, essendo il proposito ottimo e il programma vasto ("Aprirci al futuro") e lo spaesamento assoluto ("In un senso profondo non sappiamo più da dove veniamo e che cosa siamo"), la maiuscola infonde autorevolezza e come vitamina il ragionare rafforza. Che la cultura in Italia sia messa male - soldi pochi, incapaci molti, disinteresse altissimo - si sa, e si capisce che è cosa buona e giusta da denunciare e da fronteggiare, tanto più che "Europa non vuol dire il supino convergere di Stati, Popoli e Nazioni in una sterile indeterminatezza" - tutto sempre con giusto impeto e giustificate maiuscole. Dunque: "Si tratta della necessità di aprire una fase interamente nuova nella vita del Paese. Di creare una frattura con quanto d'insensato, di confuso, di meschino ha occupato negli ultimi decenni la scena italiana stravolgendola e spesso ferendola a morte". Che di fronte a una tale Waterloo il costituendo Ministero della Cultura possa - con le teste che ci sono in giro, i soldi che in giro non ci sono, senza nemmeno la previsione di un esorcista nel suo organico - la frattura ricomporre e i feriti a morte a nuova vita richiamare appare cosa difficile da fare e non meno difficile da credere. Rari sono stati i casi, nella storia nostra - mussoliniana neanche a dirlo, post mussoliniana alla farsa tendente - in cui un intervento dello Stato abbia migliorato qualcosa che di suo già malamente pareva messo. Né il fatto che a lanciare l'appello siano due intellettuali di riconosciuto valore e, come si dice, di diverso sentire, rende più agevole la decisione - quasi solo un ultimo riflesso, appare, della coda di cometa del tecnicismo al potere visto all'opera nell'ultimo anno e mezzo. Al ministero attuale dei Beni culturali - sorta di anello mancante verso la completa evoluzione per il Ministero della Cultura - adesso un intellettuale di ottima caratura c'è, ma lo stesso né il futuro è sembrato spalancarsi né i muri di Pompei sono risultati più solidi. C'è da pensare che Galli della Loggia ottimo ministro potrebbe essere (ottimo, a ragione, pensarsi), ché a scorrere alcuni nomi di quelli che al ministero (non della Cultura: sarà per questo) sono passati sembra di sfogliare una mesta "Spoon River" di comica inadeguatezza. Così sull'Unità spunta, in maniera indiretta (seppur con diretta lode), il nome di Walter Veltroni - che perfettamente politico però in quel ruolo fu, pur se il romanziere già alitava sulla nuca da vicepremier. Che l'intellettuale sia solo un tecnico al tramonto dei tecnici non è detto - ma, ecco, "aprire già oggi una nuova fase nella storia del Paese" è certo auspicio tra i migliori e pure pronunciamento politicista tra i più replicati.