II presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto cavalieri dell'ordine al merito della Repubblica Maria Rosaria e Pier Gianni Berardi, i due bibliotecari dei Girolamini. Lo ha fatto per dir loro un grande «grazie» a nome di tutta la Nazione. E lo ha fatto citando il «coraggio» di questi «fedeli servitori dello Stato». E di coraggio, questi due mitissimi bibliotecari napoletani, ne hanno avuto davvero tanto. Il 25 marzo del 2012 ricevetti un'email allarmatissima da Filippo Maria Pontani, che insegna filologia classica all'Università di Venezia. Pontani era appena stato ai Girolamini per studiare un prezioso codice del '400. Ma non mi scriveva per parlarmi delle sue ricerche, bensì dello stato incredibile in cui aveva trovato la biblioteca, e soprattutto del fatto che i due bibliotecari, i fratelli Berardi gli avevano confidato, disperati, che il nuovo direttore Marino Massimo De Caro stava sistematicamente saccheggiando ciò che avrebbe dovuto custodire. La cosa sembrava troppo perfino per Napoli: ma risposi a Pontani che, per puro caso, avevo già preso un appuntamento con il conservatore, padre Sandro Marsano, per tre giorni più tardi. Ciò che vidi in quella indimenticabile mattina supera ogni immaginazione. E anche a me Piergianni Berardi ripeté le stesse, inquietantissime cose che aveva detto a Pontani: e cioè che la sera venivano staccati gli allarmi, mentre automobili uscivano cariche dai cortili della biblioteca. Negli occhi del bibliotecario si potevano leggere una terribile paura e un'abissale solitudine: ma anche la determinazione a tentare comunque di far filtrare qualcosa all'esterno. Ma come fare? Chi avrebbe potuto credere a due dipendenti, precari da decenni (assistiti da un avvocato della Cgil in un contenzioso col ministero da cui dipendevano), che avessero osato insinuare dubbi sul braccio destro di Dell'Utri, consigliere del ministro Ornaghi? Ricordo che Berardi mi disse: «Ammesso che lei voglia fare qualcosa, vedrà che prevarranno loro: sono troppo potenti». Eppure l'indignazione, la voglia di reagire avevano vinto la paura e la rassegnazione. E fu da quella conversazione che cominciò tutto. Come si ricorderà, la reazione di De Caro alla mia denuncia (pubblicata il 30 marzo) fu violenta. Oltre a ricorrere alle minacce dirette nei miei confronti, il direttore seppe montare una notevole campagna stampa in suo favore. Ma questo era niente rispetto alla violenza della sua reazione nei confronti dei Berardi, dei quali intuiva il ruolo. Ciò nonostante, il 5 aprile, i Berardi scrissero una coraggiosissima lettera, protocollata, alla Direzione generale delle Biblioteche del Mibac, in cui esprimevano la loro contrarietà a cedere a De Caro la chiave dell'ultimo sancta sanctorum della biblioteca, che erano fino a quel punto riusciti a difendere. Ma De Caro si sentiva ormai il fiato sul collo, e pretendeva quella chiave. «Spett.le Direzione generale scrivevano dopo tutto quello che abbiamo appreso dalla stampa abbiamo molte perplessità a consegnare al Direttore la chiave di accesso alla sala "F" della Biblioteca Statale dei Girolamini. Solo alle ore 15.00 del 2 aprile il Conservatore, verbalmente, ci lasciò detto di consegnare la chiave della sala "F" al Direttore. (...) Consegnando la chiave in oggetto, si lascia libero accesso a chiunque e in qualunque orario a questo materiale. Pertanto si chiede a codesta spettabile Direzione, vista la delicatezza del momento che stiamo vivendo, di autorizzare o meno la consegna di quest'ultima chiave». E cosa fece la Direzione generale? Rispose a stretto giro, ingiungendo ai Berardi di consegnare anche l'ultimo presidio a quel De Caro che oggi è a processo per il saccheggio della Biblioteca. Un vero tradimento del quartier generale. E non era finita. Qualche giorno dopo, il Mattino (per coincidenza allora diretto dal figlio della sorella di Marcello Dell'Utri), dopo aver ospitato moltissimi interventi assai disponibili a comprendere le ragioni di De Caro, pubblicò la notizia che tra i cinque nomi iscritti nel registro degli indagati dalla Procura c'erano anche quelli di «tre dipendenti» della struttura. Una notizia radicalmente falsa, che evidentemente qualcuno aveva messo in circolo per screditare i coraggiosi bibliotecari. Oggi il solenne riconoscimento arrivato dal Capo dello Stato, rimette in ordine le cose, e ribalta le gerarchie consacrate da un senso comune profondamente corrotto. I fedeli servitori dello Stato non sono i dirigenti e i ministri di un ministero in parte complice e deviato, incapace perfino di costituirsi parte civile: ma due bibliotecari precari e sottopagati da decenni, perduti nella periferia del ministero stesso. Il coraggio non l'ebbero i soprintendenti, i rettori, i vescovi, i sindaci: che nemmeno si esposero a firmare l'appello promosso da Francesco Caglioti per la destituzione di De Caro. L'ebbero invece due comunissimi cittadini, due impiegati che credevano nel «loro» Stato, nonostante tutto. Due cittadini tanto schivi da non apprezzare per nulla ne sono certo questo mio articolo: che fa loro un'ultima, e spero tollerabile, violenza, perché il messaggio inviato dal Quirinale è troppo importante per essere taciuto. È un messaggio importante per Napoli e per tutto il Meridione. Un messaggio contro la paura e il silenzio dell'omertà, e per il coraggio civile. Un modo di affermare con forza che lo Stato esiste davvero, e non dimentica chi lo serve con fedeltà e coraggio. Un modo di ricordare che lo diceva Piero Calamandrei «lo Stato siamo noi». Ne siamo molto grati al presidente Napolitano. E ne siamo gratissimi ai cavalieri Mariarosaria e Piergianni Berardi.