II lavoro degli archeologi italiani tra il Tigri e l'Eufrate, L'accordo tra Roma e Baghdad per il restauro delle grandi opere del passato. Basta un missile e può scomparire Hatra, gioiello unico, crocevia delle culture araba e greco-romana. Lo chiamavano il «Palazzo senza rivali». Era la reggia di Sennacherib, re degli assiri, conquistatore di Babilonia, «Signore dei Quattro angoli del mondo». Sui muri correvano bassorilievi che narravano la vita del sovrano: assedi e battaglie, cacce e cerimonie, Stanno sempre lì quei bassorilievi: ora che Niniveh, capitale dell'impero assiro, è diventata Mosul, nel nord dell'Iraq; ora che non regnano più gli assiri ma comanda Saddam Hussein. Solo una parte è conservata al British Museum di Londra fin dall'Ottocento: decine di altre lastre sono ancora sulle rive del Tigri. Una missione di archeologi italiani li ha visti poche settimane fa. «Erano in condizioni pietose, in uno stato di degrado impressionante» racconta il capo della missione, Giuseppe Proietti, direttore generale per l'archeologia al ministero dei Beni culturali. Così i governi italiano e iracheno hanno stretto un accordo: ad aprile dovevano iniziare i primi restauri. Ma ora il destino dei bassorilievi di Niniveh è nelle mani dei generali. Nessuno può prevedere quello che ne sarà dei monumenti dell'Iraq. Il precedente della guerra del Golfo nel 1991 non è confortante. Mossul, città santa dell'Islam ma abitata da molli cristiani caldei e nestoriani, sede di una base militare, nonché di una fabbrica di armi chimici! e, fu bombardata dagli americani. Allora i danni per il sito archeologico furono abbastanza limitati. Per esempio, rispetto a Ur, città natale del patriarca Abramo, una delle culle della civiltà, la cui fondazione rimonta a 6 mila anni fa, Qui gli alleati, bombardando la base aerea e il centro radar di Tallii, colpirono anche l'antichissimo Ziggurat. Ma, ora, tra gli archeologi di tutto il mondo cresce la preoccupazione per i danni che un attacco ben più massiccio di quello del 1991 potrebbe provocare, L'archeologo Maguire Gibson, che scava in Iraq dal 1964 e dirige un consorzio di 30 università e musei americani, si è incontrato con i generali del Pentagono fornendo loro mappe e indicazioni dettagliate su centinaia di siti archeologici. Mosse analoghe ha compiuto Harriett Crawford, presidente della British school of archaeology in Iraq. Sul fronte della tutela dei monumenti iracheni l'Italia gioca un ruolo importante. Dal 1969 esiste un accordo di cooperazione fra Italia e Iraq, che vede in prima fila il Centro ricerche archeologiche dell'università di Torino, diretto da Giorgio Gullini. Archeologi torinesi scavano da anni nei più importanti siti iracheni, come Seleucia o Hatra. Salvo una breve interruzione durante la guerra del Golfo, frotte di professori, laureati e studenti torinesi hanno soggiornato in Iraq per mesi. Solo due anni fa è stata inaugurata la nuova sede degli Istituti italoiracheni, «Una bella palazzina ottocentesca vicino alle poste centrali, lungo il fiume» spiega Roberta Venco, responsabile degli scavi di Hatra. «A due passi c'è un ponte. Speriamo bene; in guerra, i ponti sono i primi a saltare». BENI CULTURALI Il ministro Giuliano Urbani: «Archeologi italiani presto anche In Cina e India». Intanto è già a rischio l'importante progetto di restauro dei bassorilievi di Niniveh (700 circa a. C.), Archeologi e restauratori italiani, guidati da Giuseppe Proietti, sono stati in Iraq quattro volte nell'ultimo anno, armati di strumenti sofisticatissimi per le rilevazioni sulla pietra. «Le lastre, alte 2 metri e 60 e spesse 20 centimetri, sono in gesso alabastrino» dice Proietti, «Un materiale deperibile. Alcune si stavano sfogliando strato dopo strato. Colpa delle piogge e soprattutto del caldo. A luglio abbiamo misurato una temperatura di 64 gradi centigradi sulla superficie dei rilievi: anche i nostri strumenti digitali impazzivano. Gli iracheni avevano costruito una copertura di lamiera ondulata che però cade già a pezzi. Abbiamo tesori archeologici dell'Iraq che dovranno essere tutelati. «Diplomazia del restauro»: così la chiama il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani. Vuoi dire usare l'archeologia, la competenza dei nostri studiosi e dei nostri restauratori per contribuire alla distensione nelle relazioni internazionali. Vale anche per l'Iraq, signor ministro? Certamente. Non appena i tempi lo consentiranno, è un discorso che va tenuto aperto. Come ministro ho già raggiunto un'intesa con la Cina per il restauro della Città proibita e con l'India per alcuni siti induisti. A maggior ragione credo che vada salvaguardata la collaborazione avviata già da molti anni con Baghdad. Ma davvero crede che l'archeologia possa servire? Ne sono convinto. Tra l'altro, i nostri archeologi e restauratori rappresentano una punta di eccellenza che merita di essere esportata. E In tempi di guerra... Abbiamo fornito tutte le informazioni raccolte dalla nostra missione archeologica sui siti iracheni sia alla presidenza del Consiglio sia all'Unesco. Abbiamo chiesto che li usino per tutelare al meglio questi monumenti, patrimonio non di un solo paese ma di tutta l'umanità. fissato per aprile il restauro delle prime tre lastre. Ma quando abbiamo salutato i colleghi iracheni, con cui ormai c'è anche un legame di amicizia, la malinconia era negli occhi di tutti».