"Per il benessere basterebbe la cultura", era il titolo di una lettera del 9 gennaio a "Repubblica" molto significativa, che così esordiva: potremmo campare di turismo dando lavoro a restauratori, manovali, archeologi, architetti, ristoratori, albergatori, custodi, giardinieri, contadini, forestali. La lettera faceva eco alla grande manifestazione svoltasi a metà del dicembre scorso a Madrid, dove l'organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite (Omt) aveva celebrato il raggiungimento di un miliardo di viaggiatori nel mondo. «La crisi non ferma il turismo, che oggi ha toccato per la prima volta nella storia la cifra record di un miliardo di turisti internazionali», aveva commentato con malcelata soddisfazione il segretario generale dell'Omt, Taleb Rifai. L'eccezionale sviluppo del turismo nel mondo deve indurre il nostro Paese a una riflessione soprattutto per quel che riguarda l'Italia meridionale e la Campania in particolare. In avvenire il settore manifatturiero, in Campania come altrove, dovrà sempre più competere con i minori costi della mano d'opera, con la minore fiscalità e con le minori garanzie dei lavoratori di altri Paesi appena usciti da economie semischiavistiche. Di qui la tendenza a investire altrove le nostre stesse risorse e ad acquistare manufatti provenienti dall'estero. Tendenza, in entrambi i casi, disastrosa per la nostra occupazione, che imporrebbe, invece, di attrarre investimenti o, quanto meno, ancorare le risorse ai beni fuori competizione esistenti sul nostro territorio. Va dunque rivisto il rapporto tra industria manifatturiera e turismo a tutto vantaggio di quest'ultimo. Che, grazie all'incremento dei mezzi di trasporto, all'abbattimento dei relativi prezzi, alla mobilità delle popolazioni, all'apporto di paesi in uscita dal sottosviluppo, come la Cina e l'India, dilaga nel pianeta nelle sue molteplici versioni: di diporto, verso il mare o le montagne, congressuale, religioso, per gli anziani, scolastico. Fino a diventare l'attività economica, che, raddoppiando ogni dieci anni, ha nel mondo il maggior tasso di espansione. La Campania ha la fortuna di ritrovarsi luoghi e monumenti, di cui ha, appunto, l'esclusiva: questi per il loro pregio attraggono persone e investimenti. Sono i nostri giacimenti culturali: il nostro petrolio verde. In certi casi il patrimonio culturale è così unico da essere insignito dall'Unesco del riconoscimento di patrimonio mondiale dell'umanità. S'impone insomma una nuova politica economica, che, specie in Campania, per giunta in un contesto climatico eccezionalmente favorevole, sappia profittare della opportunità che il turismo rappresenta per l'occupazione, in forza anche dello sterminato indotto: ristorazione, commercio, artigianato, edilizia alberghiera, servizi. Opportunità, questa, di cui finora soltanto le aree di grande tradizione di ospitalità sembrano voler profittare, come la costiera amalfitana. Ma più ancora Capri. Che non ha disoccupazione. E anzi importa mano d'opera dal continente. Così, per i luoghi virgiliani, in queste settimane ritornati all'attenzione della stampa, dall'anfiteatro Flavio di Pozzuoli, secondo solo al Colosseo, fino alla Piscina Mirabilis, andrebbe sollecitata al governo dagli amministratori o da élite illuminate come accadde per il centro storico di Napoli la richiesta all'Unesco del riconoscimento di patrimonio mondiale dell'umanità. Così pure, considerato il formidabile indotto del turismo, gli interventi di riqualificazione dell'edilizia del centro storico di Napoli, protetto dall'Unesco, meriterebbero un'incentivazione pari ai due terzi della spesa come quella introdotta con successo per il rifacimento delle facciate dal passato progetto Sirena. Invece tali interventi, complessi e delicati, con un bonus del 50 per cento sono scandalosamente considerati alla stessa stregua dell'edilizia spazzatura. Eppure la convenzione Unesco Parigi 1972, ratificata dallo Stato italiano, impone tuttora «la conservazione, la valorizzazione e la trasmissione alle generazioni future di tale patrimonio impegnando il massimo delle risorse». E, la convenzione di Granada fa obbligo allo Stato di adottare, sempre «ai fini della manutenzione e del restauro, le misure fiscali intese a incentivare le iniziative private». Occorre insomma maggiore competenza e consapevolezza da parte di amministratori e politici. Per essi vale oggi, più che in passato, il monito del presidente Ciampi, nelle sue passeggiate nel centro storico di Napoli: «Puntate su arte e cultura. Sono il vostro tesoro». L'autore è presidente del comitato centro storico Unesco