Dopo lo scandalo delle antichità rubate che ha portato alla restituzione di oltre sessanta oggetti all'Italia tra cui la Venere di Morgantina, il museo di Los Angeles avvia una verifica sulla provenienza di 45mila reperti per valutare se debbano tornare nei paesi di origine. I risultati saranno pubblicati online IL CASO. II Getty verificherà la provenienze di 45 mila dei suoi oggetti e pubblicherà on line i risultati: il museo lo ha annunciato dopo aver chiarito la provenienza fasulla di 56 ambre antiche lavorate, che greci ed etruschi usavano come amuleti, e che ha più di un addentellato con l'Italia. Non si escludono, scrive il Los Angeles Times, perfino grosse sorprese: cioè nuove ed ingenti restituzioni. La notizia è clamorosa: finora, il museo aveva negato i suoi depositi (e anche molte notizie) a chiunque; invano hanno cercato di vederli archeologi come Adriano La Regina, Stefano De Caro, Giuseppe Proietti, Daniela Rizzo. Non solo: ma ai giudici italiani non è stato consegnato, ad esempio, un memorandum interno degli anni 80: afferma che, solo di antichità italiane acquistate dai mercanti finiti sotto accusa nel nostro Paese, il museo ne avrebbe almeno 300. LA RESTITUZIONE. L'ultima restituzione all'Italia, delle finora circa 60 che il Getty ha operato, riguarda una testa in terracotta di Ade: la Sicilia ha dimostrato che frammenti della sua barba erano rimasti a Morgantina, da dove l'oggetto evidentemente proviene (e da dove era stata saccheggiata l'immensa statua ritenuta di Afrodite, ma è dimostrato che non lo è). Però, alcuni mesi fa, il museo ha inviato a Roma 150 frammenti, ricevuti in dono nel 1988 da Robin Symes, il maggior mercante al mondo (a Londra, finché non è fallito): si è accorto che provenivano dalla tomba di Ascoli Satritano da cui negli Anni 70, era stato scavato il «trapezophoros», il sostegno di tavola rituale con i due grifi che sbranano una cerva; il museo l'aveva comperato nel 1985 da Maurice Tempelsman, re dei diamanti e ultimo compagno di Jacqueline già Kennedy e già Onassis; ma un altro appunto interno, sempre del 1985 e negato alle autorità italiane, diceva che proveniva, in realtà, da Medici: l'aveva confessato lui. LE AMBRE. Ma il motivo scatenante dell'ispezione sono state le 56 ambre. Il catalogo è di novembre, redatto da Faya Causey: finché non si sono separati, era la moglie di Jiri Frel, curator del Getty dal 1973 al 1984, licenziato per aver «gonfiato» numerose donazioni, nell'intento di procurare ingenti sgravi fiscali ai «benefattori»: in undici anni, il museo ha ricevuto regalie per 14,4 milioni di dollari; per gli acquisti, spendeva sette volte quanto il Metropolitan, oltre dieci più di quanto ha a disposizione il ministero italiano in un anno. Le ambre sono state donate dal texano Gordon McLendon, che ha regalato al museo altri 900 oggetti. Per le ambre, oltre allo sgravio fiscale, ricevette un finanziamento. Nel 1983, gli Stati Uniti gli hanno fatto pagare, per questa evasione fiscale, due milioni di dollari. Aveva comperato le ambre per 20 mila dollari; ma al momento del dono erano state valutate 20 milioni. Secondo l'analisi americana, c'era una filiera, che iniziava da Giacomo Medici, condannato a otto anni dalla Cassazione. Forse il primo intermediario era Fritz Búrki, ex bidello all'università di Zurigo divenuto restauratore, cui si deve anche l'intervento sul Cratere di Eufronio restituito dal Metropolitan; quindi, Robert Hecht, grande mercante prosciolto l'anno scorso Roma, giusto prima di morire, per prescrizione; il socio di Hecht Bruce McNall che aveva un negozio a Rodeo Drive a Los Angeles era la tappa successiva, e quella finale Jiri Frel. Ma le ambre derivavano da tombe «nel Nord Italia». Il catalogo non racconta, ovviamente questa storia. Le ambre, come molto di quanto il Getty ha comperato, provenivano dal nulla; erano oggetti divenuti muti, sradicati da ogni loro contesto. ROMA. Frel era molto legato al nostro Paese. Licenziato, lascia gli Stati Uniti. Prima è ufficialmente residente a casa di Gianfranco Becchina a Castelvetrano, altro grande mercante di oggetti anche clandestini; poi, vive a Roma, a via Santo Stefano del Cacco. Anche lui se ne è andato recentemente, sei anni fa, ed è sepolto a Parigi. I legami con il nostro Paese sono numerosi; e, certamente, anche gli oggetti. Ma, negli ultimi tempi, il Getty ha dovuto restituire pure alla Grecia e alla Turchia. Adesso, vedremo quante sorprese la revisione interna offrirà: forse, bisognerà allestire un'altra mostra al Quirinale, come quella che accolse i «Nostoi», gli oggetti restituiti nel 2007. Rivendicazioni. L'Odissea del Lisippo L'ultima querelle, ancora in corso con il museo della California, riguarda il «Getty bronze»: un Guerriero vittorioso greco alto quasi due metri, recuperato nel 1964 dal mare davanti a Fano, a lungo creduto (stoltamente) di Lisippo. I giudici di Pesaro l'hanno confiscato già due volte, si attende soltanto l'ultima parola da parte della Cassazione. La scultura si era impigliata nelle reti, ma a bordo di un peschereccio italiano; era sbarcata poi sulla Penisola; a lungo era stata celata a Gubbio dai fratelli Barbetti, noti cementieri, e da un sacerdote, don Gnagni. Il museo ha sempre detto che, per questo oggetto, si rimetterà alle decisioni dei giudici; che finora, però, ha contestato. H bronzo è uno tra i vanti del museo. Il cui fondatore, Jean Paul Getty, non aveva voluto comperarlo, senza il permesso delle autorità italiane. Appena morto, Frel ha però provveduto, acquistandolo ufficialmente da un antiquario tedesco, dopo una vera odissea, forse fino al Brasile. Se la Cassazione ratificherà le due sentenze, si tratterà, poi, di farle applicare.