Paolo Orsi agli inizi del XX secolo osteggiava l'azione degli scavatori clandestini e la diaspora verso l'estero Nel 1968 l'allora Soprintendenza Archeologica di Agrigento, con la collaborazione dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Catania, avviava una serie di scavi nella necropoli di Piano Capitano a Centuripe. L'intenzione programmatica era duplice: contrastare il saccheggio sistematico e avviare lo studio archeologico di un centro siculo in via di ellenizzazione «dal suo interno». Il programma scientifico era intrigante. Descrizione e foto d'archivio non lasciano dubbi sul saccheggio in atto: gruppi di scavatori di frodo operavano indisturbati; l'area appariva sconvolta da buche come dopo un bombardamento. Con un sistema piuttosto innovativo per quegli anni, i materiali dallo scavo, anziché andare al più vicino museo nazionale, cominciarono a rimanere in deposito al locale Museo Civico. Accanto alle istituzioni preposte a tutela e ricerca scientifica, l'azione vedeva il coinvolgimento dell'Amministrazione Comunale, che aveva promosso quello che doveva essere un momento di sviluppo della comunità locale. In quel momento a Centuripe quella di operatore di scavi archeologici clandestini veniva vista in fondo come uno dei modi per "campare la vita". In più di un'occasione a qualche insegnante capitò di leggere sui temi dei ragazzi cose come "mio padre scava": a colleghi locali toccava il compito non facile di chiarire il significato. Ci fu chi considerò poco opportuno l'intervento delle autorità nello scavo della necropoli. Questo contribuì a occupare per qualche tempo un certo numero di operai locali; ma tutto sommato sottrasse al mercato una certa quantità di "prodotti del sottosuolo" da esportazione. I materiali rimanevano in magazzino nel vecchio museo locale, in un'ala del palazzo municipale; il museo nuovo continuava ad essere in costruzione. Era questa la situazione quando, nel 1978, un furto colpì il vecchio museo. C'erano dei lavori in corso; i lavori interessavano anche l'attigua caserma dei carabinieri, che quindi erano provvisoriamente ospitati altrove. Un furto selettivo consentì di portar via quello che si ritenne opportuno, dalle vetrine e dal magazzino. Il museo locale era sorto nei primi decenni del XX secolo; era il momento in cui Guido Libertini pubblicava il libro su Centuripe, punto di riferimento per tutta la ricerca successiva. Nel XVIII secolo Centuripe era stata oggetto dell'attività del Principe di Biscari, che studiava i monumenti e recuperava materiali per il suo museo, a Catania; era stata anche meta di viaggiatori stranieri. Centuripe cominciò ad alimentare il commercio di souvenir archeologici per i viaggiatori del Grand Tour; man mano quella di tombaroli e falsari diventa un'attività con un suo ruolo nell'economia della cittadina. Contemporaneamente apparivano figure di studiosi locali, come Filippo Ansaldi nel XIX secolo. La vendita di oggetti antichi ai viaggiatori del Grand Tour era una fonte di guadagno non trascurabile e i ciceroni erano più o meno legati da interessi con scavatori di professione. Possiamo riportare le osservazioni del conte Auguste de Forbin su un viaggio fatto in Sicilia nel 1820, la situazione si ripropone in diversi luoghi: "Oggi gli Agrigentini speculano sulle ceneri dei loro padri, scavano i sepolcri, portano via vasi che i curiosi pagano a così caro prezzo. Ne ho acquistati tanti io stesso, ma sempre con il fastidio di dover trattare con questi paesani pieni di avidità e di malafede. " Si scandalizza per la violazione dei sepolcri degli antenati, per cupidigia, per ricavarne oggetti antichi da vendere; ma è proprio la richiesta dei raffinati viaggiatori ad alimentare il mercato. Lo sviluppo del mercato internazionale di cose archeologiche è una normale evoluzione. Un altro aspetto è quello dei falsi. Una volta che esiste un mercato dell'antico, lo si può anche alimentare con falsi. In una novella di Luigi Capuana uno scavatore di cose antiche, esaurita la materia prima, cerca di spacciare per antiche certe statuette con la pipa in bocca; la contrapposizione tra collezionista e paesano può anche far ridere. La realtà è ben diversa. Il falsario non è una sorta di eroe romantico, una simpatica canaglia che in fondo non fa male a nessuno e che si limita a spillare qualche soldo a qualcuno che magari ne ha troppi. Il falso, se sdoganato e accettato per buono, inquina le conoscenze scientifiche. Per rimanere ad esempi di Centuripe, Paolo Orsi già agli inizi del XX secolo osteggiava l'azione dei saccheggiatori di aree archeologiche e della conseguente diaspora di cose verso l'estero. In un articolo del 1924 su una rivista internazionale metteva in guardia contro l'esistenza di abili falsari: l'intenzione ovviamente non era fare gli interessi economici dei collezionisti e dei musei stranieri, ma evitare l'inquinamento dovuto alla presenza di opere taroccate nei grandi musei. Un noto "incidente" intorno al 1940, quando un accademico prese per buone certe pitture su "tondi" realizzate a Centuripe e donate a Benito Mussolini, ha fatto sì che per oltre mezzo secolo nessun archeologo volesse occuparsi di certi materiali. Oppure, sempre negli anni Trenta del XX secolo, un accademico si ritrovò ad accostare all'arte etrusca certe terracotte da Centuripe (indagare su connessioni tra le popolazioni dell'Italia preromana rientrava nelle mode culturali del tempo); peccato che poi sia venuto fuori che il falsario, nel riprendere un bronzetto etrusco del British Museum, aveva copiato anche la base, che in realtà apparteneva a un restauro del XIX secolo. Lo scorso dicembre un oggetto archeologico scavato clandestinamente a Centuripe e recuperato dai carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, con un'azione tra Australia e Portogallo, approdava a Centuripe: l'entusiasmo della gente che riempiva la sala conferenze si toccava con mano. Evidentemente qualcosa sta cambiando nella mentalità corrente. 20012013
SICILIA - Saccheggiatori e falsari hanno compromesso gli studi archeologici. Il caso di Centuripe
Nel 1968, la Soprintendenza Archeologica di Agrigento e l'Istituto di Archeologia dell'Università di Catania iniziarono a scavare nella necropoli di Piano Capitano a Centuripe. L'intento era contrastare il saccheggio sistematico e studiare lo sviluppo archeologico del centro. I materiali scavi venivano conservati nel vecchio museo locale, che era stato costruito nei primi decenni del XX secolo. Nel 1978, il vecchio museo fu vittima di un furto colpito, che portò via oggetti selezionati. Il museo locale era stato promosso dall'Amministrazione Comunale e coinvolgeva anche l'Amministrazione Provinciale.
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