Il Louvre nel 2012 ha superato quota 9 milioni di visitatori. Non contento, grazie a un progetto del ministero della Cultura francese costato 150 milioni di euro, ha appena inaugurato la succursale di Lens. Siamo nel nord della Francia, ai confini col Belgio, zona industriale depressa e in crisi profonda. Eppure il Louvre di Lens ha già attirato decine di migliaia di visitatori e consentito alla «casa madre» di smaltire parte di un prezioso magazzino. E non immaginatevi che si tratti di seconde scelte: chi vuole vedere «La Vergine, Gesù e Sant'Anna» di Leonardo da Vinci, appena restaurato, deve arrivare fino a Lens. Che c'entra tutto questo, si domanderà qualcuno, con la depressione che sta uccidendo la cultura a Roma e nel Lazio? Che c'entra con i numeri impietosi che questo giornale ha pubblicato qualche giorno fa e che fotografano il precipitare dei biglietti staccati da musei, cinema, teatri? Purtroppo l'esempio di Lens è straordinariamente pertinente. In Francia assistiamo alla progettazione lunga di un intervento culturale (l'idea di Lens è del 2003) che è stato sostenuto in questi anni dal ministero per la Cultura indipendentemente dalla fede politica del suo titolare. E soprattutto ad un'idea di cultura non come giacimento da sfruttare, piuttosto come idea forte per dare occasioni, lavoro e speranza ad un'area in difficoltà. Vi risulta che qualcuno in Italia ragioni in questo modo? E a Roma in particolare? Mah! Con un sindaco che si permette di stanziare 800.000 euro per abbassare di pochi centimetri un muretto del Museo dell'Ara Pacis, perché infastidisce la facciata di due chiese. O con una Regione che negli ultimi anni non ha progettato altro che il definanziarnento di tutte le risorse che servivano a mantenere a un livello decente musei, archivi, biblioteche, spettacolo dal vivo. Che ha promesso 45 fantasmagorici milioni per il cinema (solo per grandi produttori ovviamente) che nessuno ha concretamente visto (nemmeno loro). E in compenso ha reso proverbiale il fatto che il Lazio «non paga» fondi decisi, stanziati, deliberati e così via almanaccando dietro il burocratese degli impegni traditi. La temperie elettorale che ci aspetta non è incoraggiante. Eppure è necessario chiedere ai candidati, con chiarezza, cosa significhi per loro «cultura», prima ancora di domandare loro cosa intendano fare. Perché sarebbe di grande aiuto sapere se la considerano una perdita di tempo, un terreno di speculazione dove pochi privati prosperano e il bene collettivo degrada, o magari sentono l'impegno di tutelare i valori essa rappresenta. Siamo una comunità se riusciamo a guardare con la stessa commozione il paesaggio, i monumenti, le opere d'arte che hanno segnato il nostro posto nella storia. Altrimenti siamo solo gente che abita nello stesso posto e ci meritiamo la figuraccia planetaria di aver realizzato il Marod per commissariarlo un anno e mezzo dopo l'inaugurazione, o la stanchezza degli annunci vuoti: quante volte abbiamo sentito che era pronta la Fondazione per il Macro? Non c'è e non sappiamo se ci sarà. Non dobbiamo stupirci della crisi di incassi. Dobbiamo sorprenderci che così tanti continuino, di questi tempi, a spendere i loro soldi per libri, musica, teatro, danza, film, arte. Sarebbe il caso di non umiliarli.