Questa campagna elettorale ignora il nostro patrimonio. Ma se andassero al governo il Professore o la sinistra avremmo più controllo statale, meno coinvolgimento dei privati e il solito spreco di fondi A poco più di un mese dalle elezioni, non abbiamo sentito dalla bocca dei leader politici neanche una parola, neanche un sussurro di parola, su cultura, ricerca e patrimonio storico-artistico. Bersani, Monti, Berlusconi, Maroni, Beppe Grillo sono divisi su tutto, ma su una cosa sono fratelli di sangue: per loro la cultura vale zero. Pompei vale zero. Le cattedrali delle nostre città valgono zero. Sono sempre pronti a mandare il solito telegrammino lacrimevole quando muoiono celebrità come Mariangela Melato o Rita Levi Montalcini, ma in tv o nelle interviste parlano di tutto, ma di cultura e patrimonio niente. La grande rivoluzione liberale che serve urgentemente all'Italia è una trasformazione radicale e costituzionale del sistema dei beni culturali. Togliere quanto più possibile la presenza paralizzante e autoritaria dello Stato, così da permettere libertà di impresa, di iniziative private, di sperimentazioni, di investimenti, di comunità attorno al patrimonio. Vi è un'energia potenziale immane in termini di lavoro, conoscenza, richiamo turistico. Il Ponte sullo stretto o la Tav, a confronto, sono briciole di pane sul petto di una donna. Chi non vede quest'energia repressa, o è un fesso oppure è in malafede. Basterebbe le :4: ersi l'ultimo rapporto di Civita, L'arte di produrre l'arte. Imprese culturali a lavoro (Marsilio, 2012). La Ragioneria dello Stato ha stimato il valore delle opere d'arte in Italia in 151,3 miliardi di euro (valore molto criticabile e aleatorio). Mettere questa cifra sotto il tappeto è da incoscienti. Nell'attesa che qualche leader lo capisca, l'Agenda Monti e il programma di Bersani, pur nella marginalità del tema «cultura», sono pressappoco identici. Non a caso, Monti è sostenuto da Ilaria Borletti Buitoni del Fai, e Bersani è appoggiato tra le righe da Salvatore Settis, che con la Buitoni ha spesso fatto coppia fissa. Dunque, pur importando loro pochissimo, il possibile governo Bersani e il possibile governo Monti faranno le stesse politiche culturali: più Stato, stop alle cementificazioni, più soldi pubblici agli enti culturali di prestigio. E un programma legittimo, che paralizzerà però l'Italia nell'esistente ed è opposto alla rivoluzione liberale che occorre. Sfido Matteo Orfini, responsabile cultura del Pd, e il suo gemello nella lista Monti, a dire il contrario. Vediamo i singoli punti. 1) Metteranno più Stato, più struttura e meno libera iniziativa. Avranno due possibilità per perseguire lo scopo: lasciare le cose come sono adesso, come ha fatto Omaghi, ovvero con un ministero dei Beni culturali in agonia che non attiva nessun rilancio strategico della cultura, con le Soprintendenze che sono sempre più cani da guardia che inibiscono, con veti e procedure, ogni proposta di cambiamento dei cittadini nei propri luoghi. Oppure irrobustire ancora più l'organizzazione dello Stato, così da pianificare meglio dall'alto le scelte culturali e territoriali, magari approvando alcune leggerissime agevolazioni fiscali per chi investe sul patrimonio artistico. Entrambe le opzioni produrranno più supervisione dello Stato e appiattimento delle libertà. 2) Diranno stop alle cementificazioni e al consumo di suolo. In Italia si vuole la democrazia ma riservata a pochi. Mario Monti può avere sette case, mentre un simile diritto non lo può avere ogni altro cittadino, altrimenti intellettuali, Legambiente, Italia Nostra e Fai gridano contro il cemento selvaggio. Dire stop alle cementificazioni, come diranno Bersani e Monti, significa dire stop ad un necessario e strategico sviluppo industriale, infrastrutturale ed economico. Per raggiungere Matera da Milano ci mettiamo 12 ore, come per arrivare in Australia. La campagna denigratoria contro il cemento è trasversale e ha fatto breccia in Bersani e Monti: «Questo consumo esponenziale e canceroso della terra» (Michele Serra, La Repubblica), «la sconsideratezza con la quale abbiamo aggredito il nostro territorio» (Sergio Rizzo, Corriere della Sera), «vedremo boschi, prati e campagne arretrare ogni giorno davanti all'invasione di mesti condomini, vedremo quello che fu il Bel Paese sommerso da inesorabili colate di cemento» (Salvatore Settis, Paesaggio Costituzione Cemento), «ogni intervento di ulteriore consumo del suolo deve diventare una fattispecie criminale» (Piero Bevilacqua, ll Manifesto). Intanto il Piano Casa di Berlusconi, che ha fatto gridare allo scempio cementizio perché offriva ai cittadini di ampliare e ristrutturare la loro abitazione, è stato accettato e prorogato da tutte le regioni italiane, esclusa l'Emilia Romagna. 3) Daranno più soldi soltanto agli enti culturali di prestigio, ovvero a quella ristrettissima cerchia di enti, accademie, musei, produttori e registi che vivono di assistenza statale e che sono corresponsabili di aver fatto piombare la cultura nell'irrilevanza che è. Vogliamo questo? Con buona pace dei defunti Stati generali del Sole 24 Ore, e nel silenzio più totale del Pdl, proprio questo scenario cimiteriale sulla cultura delle nostre prossime elezioni.
ITALIA - Le tristi idee sulla cultura di Monti e Bersani
La campagna elettorale ignora il patrimonio culturale italiano. I leader politici, come Bersani, Monti, Berlusconi, Maroni e Beppe Grillo, non parlano di cultura e patrimonio. La grande rivoluzione liberale necessaria all'Italia è una trasformazione radicale del sistema dei beni culturali, togliendo la presenza paralizzante dello Stato e permettendo libertà di impresa e iniziative private. Il rapporto Civita ha stimato il valore delle opere d'arte in Italia in 151,3 miliardi di euro. Il possibile governo Bersani e il possibile governo Monti faranno le stesse politiche culturali, più Stato e meno libera iniziativa.
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