VI SONO fatti che diventano notizie, magari per la loro esemplarità, e fatti, non meno oggettivi e riscontrabili, che invece non assurgono mai al discutibile onore delle cronache. Un esempio, insieme scandalosoe didascalico: in un puntualissimo raid notturno, alcuni metodici ladri hanno sottratto l' oro rosso della Zisa, ossia il rame dell' impianto elettrico delle condutture idriche del cosiddetto Parco su cui si affaccia, malinconicamente, il celebre Castello arabo-normanno voluto da Guglielmo il Malo e ultimato da Guglielmo II nella seconda metà del XII secolo, che fu anche dimora dell' umanista Antonio Beccadelli, detto il Panormita. E questa è una notizia, a cui è stato dato il giusto rilievo sulle pagine dei quotidiani in articoli di esauriente esecrazione. Tuttavia, c' è un altro fatto, connesso al primo, di cui si tace nonostante la sua incontrovertibile evidenza. Qualcuno, nell' ormai oscurato e abbandonato Parco della Zisa, deve avere in precedenza rubato il Parco stesso. Necessariamente. Di Parco, infatti, non c' è nemmeno l' ombra. In senso stretto, intendiamo, ché per fare ombra ci vorrebbero almeno degli alberi. Invece è già un' impresa trovare un filo d' erba. Il verde spicca, potremmo dire, per la sua assenza pressoché totale. T utt' intorno, si estende una spianata di aridi artefatti che rimanda più all' inclemenza dei deserti della penisola arabica che alle delizie dei genoardi islamici. Uno scenario disperato che mette sete. Che soffoca l' anima. Che respinge anziché sollecitare e introdurre ai tesori del palatium museale che un' antica epigrafe definisce come "il più bel possesso del più splendido dei reami del mondo". Se ne deduce che malfattori capaci di colossali imprese criminali abbiano già provveduto, chissà quando, all' accaparramento preliminare di ogni pianta, fiore, alberello, siepe, foglia del giardino che l' impianto idrico, con un refrigerante gioco di fontane, era preposto a irrorare. Si potrebbe obiettare che il furto del giardino è soltanto un' ardita ipotesi, più che un fatto vero e proprio di cui si abbia una documentazione diretta. Un paradosso polemico, insomma. Ma inconfutabilmente il giardino non c' è. Il "parco" è una millanteria che si scontra con la nuda realtà. Al suo posto si spalanca uno spazio desolato e incolto (e non vogliamo, subdolamente, dare al secondo aggettivo un significato più generale). Il Parco, che era stato progettato dalla sopraffina sapienza fatimita per concorrere insieme al sofisticato sistema di ventilazione dell' edificio e alla peschiera umidificatrice a mitigare la calura estiva, è tale solo di nome. Né si può propriamente definirlo un parco archeologico (a meno di non arrampicarsi su scivolosi muri filologici) in contrasto con la sua originaria funzione climatica e riposante. Per Parco della Zisa s' intende, in questi tristi tempi di vandalismo non solo ad opera d' ignoti predoni notturni, proprio la distesa polverosa e petrosa che assedia, a metà tra uno sbadiglio ciclopico e l' urlo di Munch, la grazia inscalfibile (nonostante le devastazioni e i crolli che nella sua lunga storia ha patito) del sollazzo regale che fu appellato al-azîz, cioè splendente e glorioso, e che oggi assiste con mestizia alla scientifica spoliazione del suo territorio circostante. Se, come vuole la tradizione, non si possono contare i "diavoli della Zisa", cioè le figure mitologiche che adornano l' arco del vestibolo in contrapposizione alla perfetta geometria delle muqarnas, ancora più problematico è il computo di quanti spazi verdi la nostra città sia stata defraudata con rapina o raggiro, per speculazione o trasandatezza, ovvero per il dilagare dello squallore e di un distruttivo costruttivismo. Insomma, chi ci ha fregato il Parco? Il furto è avvenuto a monte, per inadempienza progettuale, per travisamento del paradisiaco genoardo musulmano in un buddista giardino zen di ghiaia e sassi? O ci è stata scippata a posteriori per incuria e manomissione un' eredità ideale e un' opportunità di respiro e di ozio gioioso? In ogni caso sporgiamo denuncia. Con l' auspicio (la speranza che diventi fatto e notizia) che ci venga presto restituito un vero Parco della Zisa, il sogno lussureggiante della sua antica bellezza, che comunque appartiene al nostro immaginario collettivo. E possa sorgere proprio lì, nei pressi di quel grande cuore culturale della città, i Cantieri intitolati proprio alla nobile Zisa, che oggi torna a battere e a rianimarci di propositi e aspettative.