Le preziose tarsie in legno disegnate da Jacopo Sansovino tornano definitivamente in basilica di San Marco. A disporlo è stato il giudice del Tribunale civile di Roma, che hanno respinto il ricorso presentato da una nota antiquaria romana di via Margutta, Francesca Antonacci, che le aveva regolarmente acquistate e contestava il sequestro eseguito dai carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio artistico e culturale. Il magistrato della capitale ha sostanzialmente accolto le tesi dell'avvocato veneziano Francesco Mercurio per conto della Procuratoria di San Marco. Il giudice scrive che l'alienazione delle due tarsie, in quanto beni artistici appartenenti a un ente legalmente riconosciuto, era soggetta all'autorizzazione prescritta dalla legge per la tutela del patrimonio artistico del 1939. «E' del tutto evidente», si legge nella sentenza, «che le tarsie allegoriche realizzate da Sansovino presumibilmente nel 1536, integranti un ciclo di opere d'arte poste all'interno della Basilica, presentano per le loro qualità intrinseche, un notevole interesse storico-artistico e rientrano tra le cose di rilevante interesse e valore artistico. Si deve quindi ritenere che i beni in oggetto rientrano nel patrimonio indisponibile dello Stato e, in quanto tali, non sono suscettibili di formare oggetto di usucapione della proprietà da parte dei soggetti che ne hanno acquisito il possesso». Insomma, quelle tarsie non potevano essere vendute, come invece era accaduto senza il via libera della Soprintendenza di Venezia. A recuperarle erano stati i carabinieri veneziani, dopo che l'antiquaria romana Antonacci aveva pubblicato le fotografie delle tarsie ed era intenzionata a venderle. Stando agli accertamenti, erano sparite nel lontano 1956, assieme alle altre (in tutto erano sei e solo quattro fino ad ora sono state ritrovate): allora erano state smontate in vista di un restauro ed erano state vendute. Il primo a metterle all'asta era stato Franco Semenzato, nel 1969, a Firenze. Erano state acquistate da un collezionista fiorentino, che poi le aveva vendite all'antiquaria romana.