ROMA Nel provvedimento sulla competitivita che il governo sta mettendo a punto, la semplificazione delle procedure per l'apertura delle attività imprenditoriali è un capitolo acquisito. Invece non è ancora chiaro se la libertà di fare a meno di autorizzazioni, licenze, concessioni, permessi e nulla osta si estenderà fino ai beni culturali e paesaggistici, aprendo la porta a una sorta di condono permanente, come sostengono gli ambientalisti. Il dubbio nasce dal fatto che ci sono tre differenti versioni delle norme che riguardano la «dichiarazione di inizio attività» (Dia). La prima è quella contenuta nella bozza del provvedimento consegnata all'inizio della settimana alle parti sociali (articolo 11), la seconda e la terza sono quelle elaborate in questi ultimi giorni dal ministero della Funzione pubblica e da quello delle Attività produttive. Tutte e tre le versioni affermano la procedura dell'auto-certificazione per chiunque voglia aprire un'«attività imprenditoriale, commerciale o artigianale». Dopodiché l'amministrazione «può richiedere informazioni e certificazioni» ulteriori. Ma, «decorsi trenta giorni» dalla presentazione della Dia senza che gli uffici si siano pronunciati o abbiano sollevato ostacoli, il cittadino può iniziare la sua attività, perché si è realizzato il «silenzio-assenso». A quel punto l'amministrazione ha altri trenta giorni per intervenire e decidere la chiusura dell'azienda «in caso di accertata carenza delle condizioni, modalità e fatti legittimanti». Le cose si complicano quando la Dia va a sostituire atti rilasciati dalle amministrazioni preposte «alla tutela dei beni culturali e paesaggistici, alla tutela dell'ambiente». Nella bozza consegnata a sindacati e imprese è scritto che in questi casi l'autocertificazione non vale. Così anche nel testo proposto dalle Attività produttive, sia pure con una formulazione diversa. Nell'articolo messo a punto dalla Funzione pubblica, invece, questa deroga non c'è. La differenza non è di poco conto: nel primo caso resterebbero in vigore i vincoli che la legge attualmente pone sui beni storici e paesaggistici così come quelli previsti dai piani urbanistici, nel secondo verrebbero saltati e, per esempio, si potrebbe avviare, con la semplice procedura di autocertificazione, un'attività economica anche in una zona protetta. Il ministro Baccini si giustifica dicendo che la competenza su queste materie è delle Regioni. Ma il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, fa sapere di essere contrarissimo all'eventualità che la Dia possa essere utilizzata per scavalcare i vincoli esistenti.