«Articolo uno: fate quello che vi pare». Sarebbe più onesto se dicesse così, il decreto legge sulla competitività. Perché lo sanno benissimo, Berlusconi e i suoi ministri, che non c'è ufficio pubblico in Italia in grado di far fronte davvero al testo che minaccia di passare. Non ce n'è uno capace di ricevere i progetti, protocollarli, esaminarli, fare i controlli del caso e bloccare tutte le eventuali porcherie in un solo mese. Lo dice tutta la storia, antica e recente, della nostra burocrazia. Anche di quella migliore. Anche nelle città modello. Anche nelle regioni più efficienti. Un esempio? Bolzano, che per efficienza viene additata (e invidiata) da più parti come la prima della classe: centralini che rispondono al telefono, precisione tedesca, organici abbondanti, tradizioni asburgiche... Eppure non c'è progetto che possa passare oggi in meno di un mese: ce ne vogliono mediamente un paio. E se è così lì, figuratevi nel resto della penisola e in particolare in certe aree del Paese. In particolare nella quattro regioni del Mezzogiorno (Campania, Sicilia, Puglia e Calabria) in cui si concentra il 34 della popolazione e il 59,6 di tutti gli abusi edilizi. Onestamente: c'è chi pensa che possano rispondere in un mese, bloccando almeno le idee più mostruose, certe amministrazioni come quelle siciliane dove la Regione aveva assunto venti anni fa con contratto provvisorio 1.324 giovani geometri (poi assunti vita naturai durante) solo per esaminare le pratiche del condono del 1985, pratiche che un anno fa risultavano «esitate» solo per il 40? Facciamo un caso concreto: la grandiosa idea di costruire nel mare di Taormina, sotto il teatro greco, un complesso di 298.000 metri quadrati di cui 247.000 nell'acqua cementificata della baia, grande 39 volte il campo di San Siro con una immensa darsena in grado di ospitare il doppio delle barche di Genova e spiagge artificiali e 6 residence con 240 monolocali più 15.000 metri quadri di parcheggi più un centro commerciale più un grande albergo per 49.700 metri cubi pari a un cubo di 15 metri per lato alto sette piani. C'è chi pensa che un progetto così potrebbe essere esaminato in un mese? Comprese le due dighe a protezione, di cui una alta sei metri e lunga 834? Magari confidando nella vigile supervisione di una sovrintendenza che davanti a quello sgorbio immane ha suggerito di coprire la diga con mattonelle che ricordassero le belle tradizioni popolari della Trinacria? Le risposte le immaginiamo. La prima: saranno escluse le opere che andrebbero a toccare beni collettivi storici, culturali e ambientali. La seconda: con una scadenza così stretta i Comuni e gli enti preposti saranno obbligati a darsi da fare e accelerare il disbrigo delle pratiche. Sarà... Ma il testo che rischia di essere varato, al di là delle rassicurazioni del ministro Baccini, dice che (come successe un anno fa col silenzio-assenso sulla vendita degli immobili anche di pregio storico, bloccata da una furente intervista al Corriere di Giuliano Urbani) una misteriosa manina ha di nuovo fatto sparire la tutela sui beni più preziosi. Quanto alla forzatura dei tempi, avrebbe forse un senso (forse) se tutti i Comuni, tutte le Regioni, tutte le Sovrintendenze fossero mossi dalla volontà di amministrare il territorio nel migliore dei modi. Ma la storia dice che le cose non stanno così. E dunque il rischio, in un Paese dove già la legge viene quotidianamente violata al punto che qualcuno, confidando nell'arrivo di un condono, costruisce abusivamente ville sull'Appia Antica o a due passi da Trinità dei Monti, è mortale. Vogliamo dirla tutta? Messa così, la regola del silenzio-assenso è una resa. Il riconoscimento ufficiale di una Caporetto legislativa. Dato che non è in grado di semplificare sul serio la babele di leggi e leggine, commi e sottocommi, cavilli e asterischi che ingabbiano oggi lo spirito imprenditoriale e in particolare quello edilizio, il governo dice: fate la scorciatoia. E ognuno, se gli enti preposti non si danno una mossa, si arrangi come gli pare. Certo, l'eredità lasciata da decenni di attività legislativa a volte ai limiti della demenza burocratica, era pesante. Il groviglio di norme è tale che la Gazzetta Ufficiale è costretta da anni a pubblicare precisazioni che ci coprono di ridicolo come quella sui pescherecci («S'intende per nave da pesca, nave peschereccia o peschereccio una nave adibita alla cattura di pesci, dei trichechi o di altri esseri viventi nel mare») o sui sedili: «Per "sedile del conducente" s'intende il sedile destinato al conducente. Per vibrazione s'intende il movimento verticale ascendente e discendente del sedile del conducente». E se Carlo Azeglio Ciampi aveva pienamente ragione a bacchettare qualche mese fa il governo chiedendo leggi più chiare, aveva altrettanta ragione Mario Sechi a ricordargli sul Giornale che quando nel '96 il governo Prodi varò il collegato alla Finanziaria con le «Misure di razionalizzazione della finanza pubblica» (legge 23 dicembre, n. 662) «fu varato un provvedimento di 3 soli articoli composti rispettivamente da 267, 224 e 217 commi per un totale di 708 commi sulle materie più disparate e disomogenee». Insomma: chi è senza peccato scagli la prima pietra. La promessa berlusconiana di semplificare le leggi, però, pare fallita. Basti rileggere un passaggio dell'ultima Finanziaria scovato dal costituzionalista Michele Ainis al comma 346: «Le disposizioni contenute nei commi da 342 a 345 si applicano alle prestazioni previste al comma 342 disposte successivamente alla emanazione del decreto previsto dall'articolo 205, comma 2-bis, del testo unico di cui al decreto 30 maggio 2002, n. 115, e del decreto previsto dall'articolo 96, comma 2, secondo periodo, del decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259, come modificati dal comma 344». Ci avete capito qualcosa? Su con la vita: forse non ha capito manco chi si è cimentato nell'opera di scrittura. Ainis lo chiama «il virus della commite». Aggiornamento di una vecchia battuta di Marcello Marchesi: «Commi, commi, fortissimamente commi». Mica facile, non farsi infettare. Ma la via d'uscita può essere davvero il «tana libera tutti»?
Più che una regola è una dichiarazione di resa. Neanche l'asburgica Bolzano decide in 30 giorni
Il governo italiano ha varato un decreto legge sulla competitività che minaccia di passare senza un'effettiva revisione delle leggi e delle norme. Il testo prevede la semplificazione delle procedure per l'approvazione dei progetti, ma molti esperti ritengono che ciò non sia possibile a causa della complessità e della burocrazia italiana. In particolare, le regioni del Mezzogiorno, come la Sicilia, la Campania e la Calabria, sono state critiche per la loro inefficienza nell'esaminare le pratiche di costruzione. Un esempio di come le cose possano andare è il progetto di costruire un complesso di 298.
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