Dai manti regali di Egizi e Sumeri che esaltano la figura, all'età romana, giocata sulla toga che distingue il censo gli scultori hanno sempre cercato panneggi, velature e pieghe per esaltare l'emotività delle loro opere Un saggio di Francesco Negri Arnoldi racconta come si è evoluta questa arte difficile, fino ai moderni canoni del genere Come vestono le statue UN LEMBO SOLLEVATO O UNA VESTE SCIVOLATA, BASTA PER VALORIZZARE IL CORPO NUDO E L'OPERA DIVENTA PURA MUSICA IL LIBRO Dapprima, presso i Sumeri e gli Egizi, sono i manti regali, che esaltano la figura: magari con sette balze, o decine di piegoline; soltanto a cominciare dalle Korai greche vengono adottati abiti normalmente in uso, ma con mille varianti: e saranno i pepli e i chitoni, di lino o bisso, e i panneggi, spesso fondamentali per datarli; per lungo tempo, sono solo veli e tuniche: per trovare la prima scultura con un abito realistico, bisogna attendere forse il Quattrocento, magari Ilaria del Carretto (Jacopo della Quercia, duomo di Lucca), o la tomba di papa Paolo II, Pietro Barbo di Venezia, nelle Grotte Vaticane. Francesco Negri Arnoldi, studioso e docente di lungo corso, ha esaminato e raccontato le mode scolpite (Il panneggio di Arianna, ovvero come vestono le statue, 145 pag., 18 euro) in un librino che, al tempo stesso, è istruttivo e assai divertente, illustrato da 280 esempi: dai Sumeri di Mari, a Manzù ed Henry Moore. EROTISMO Panni e panneggi, velature e pieghe, servono da sempre per eccitare l'emotività delle sculture. Si può parlare di come si vestono le statue; ma perfino di come si svestono i loro soggetti. Magari, con effetti di ieraticità nel passato più remoto; ed in seguito, addirittura di indubbio erotismo. E attenzione: per quanto sia arduo scolpire i corpi nudi, non richiede «minor difficoltà, né minor Arte saper fare un bel panno d'intorno, con gratia accomodato», avvisa un trattato di Pietro da Cortona. Si procede per graduali innovazioni. «La più antica statua vestita», racconta Negri Arnoldi, è forse un dignitario sumero, trovato a Mari; ma sembra quasi un bambolotto, dentro una gonna plissettata. E poi, ecco i virtuosismi di Fidia al Partenone; del Giovane di Mozia; della sublime ed enigmatica Polimnia di Philiskos di Rodi, alla Centrale Montemartini a Roma; o delle Arianne (magari quella degli Uffizi), capostipiti per le invenzioni di non pochi artisti successivi: perfino Aby Warburg ne pone una all'inizio dell'atlante che chiama Mnenosine. Sono panneggi naturalistici e studiatissimi: con quella «facilità del buono» che Giorgio Vasari attribuivaa Raffaello. Spesso, una veste«è musica», aggiunge l'autore; magari iniziando dall'Arianna vaticana (un paradigma per tanti: anche di De Chirico metafisico), basta un lembo sollevato, o una veste scivolata, per valorizzare il corpo nudo. Ea proposito di nudi, sei Kuroi greci erano abbigliati sul davanti, «la veduta posteriore mostra più di quanto copra»: insomma, vantavano degli splendidi deretani. Poi, bisognava perfino diversificare il prodotto: Prassitele, racconta Plinio, fa due versioni dell'Afrodite, che vendeva contemporaneamen-te; una velata, l'altra come mamma (Dione? la spuma del mare?) l'aveva fatta: e succederà anche a Goyacon le sue Maje. TOGHE L'età romana, declinata al maschile, si gioca sulla toga. E resterà, per lungo tempo, l'abito delle statue onorarie. Da bravi guerrieri, i romani subito aggiungono la corazza alle sculture. E distinguono le tuniche:è contrario al decoro, spiega Aulo Gellio nelle Notti attiche, che un uomo vesta come le donne, maniche allungate oltre al polso. Serbatoio di esempi femminili notevoli sono i Musei Vaticani, in cui restano buone par-te delle statue che in antico erano a Roma («75 mila nell'Ottocento; ne rimangono circa cinquemila, di cui tremila Oltretevere», spiega Antonio Giuliano, celebre archeologo), o Palazzo Altemps, dove sono confluite quelle già dei Ludovisi («però lo Stato ne compera solo cento, un quinto della collezione»: è ancora Giuliano). Ma è la toga, con i suoi colori, a distinguere le cariche e il censo dei cittadini: c'erano quelle Candida, Picta, Praetexta, Atra, Pulla e Trabéa. Pensiamo solo al Togato Barberini, sempre alla Centrale Montemartini. A mutare il panorama verranno Donatello (Siena e Firenze); Niccolò dell'Arca (Bologna); l'Angelo in volo di Verrocchio, maestro di Leonardo, che èormai al Louvre. I MODERNI Il Rinascimento e i moderni (avete presente la Paolina di Canova?) usano ancora i veli per esaltare le figure. Ma con canoni ovviamente diversi. In contrapposizione a quelle del Nudo, nelle Accademie nascono le cattedre delle «pieghe», e la Draperie otterrà una voce nell'Encyclopédie. Il Sei e il Settecento rappresentano un trionfo del genere: Mochi (si vede ad Orvieto), Fanzago, fino a Bernini; è il trionfo del plissé. Le pieghe vanno oltre i contorni delle statue. E ai tempi appena trascorsi, se ne gioveranno Bartolini e Vela, Manzi' e Moore, Arturo Martini, perfino Umberto Boccioni: è di un futurismo modernissimo nelle sue Forme uniche nella continuità dello spazio (Milano, Museo del 900); ma rimane più che solo un'eco di quei veli e panneggi antichissimi.
Dalla toga ai manti regali ecco come vestono le statue
Il testo esamina l'evoluzione dell'arte di vestire le statue nel corso della storia, dalle origini sumere e egizie ai tempi moderni. Inizialmente, i manti regali erano utilizzati per esaltare la figura, ma con il tempo si passò ad abiti normalmente utilizzati, come i pepli e i chitoni. La scultura del Quattrocento iniziò a rappresentare figure vestite in modo realistico. Il testo cita esempi di sculture che utilizzano panneggi, velature e pieghe per esaltare l'emotività delle opere, come l'Arianna vaticana e le statue di Fidia e del Giovane di Mozia.
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