È stato assegnato al Merisi un San Giovannino che ha forti analogie con l'analogo soggetto della Galleria Corsini e con l'Incoronazione di spine di Vienna. Il racconto di una lunga querelle giudiziaria gli esami sulla tela, gli accertamenti, la ripulitura e infine tante sicurezze sull'attribuzione al maestro Caravaggio RIVELAZIONI Asegnato a Caravaggio, poco visto in Italia (e mai da 60 anni), con una singolare storia alle spalle: riemerge da tempi abbastanza remoti un San Giovannino di Caravaggio che offre da mangiare a una pecorella, e, diciamolo subito, non può essere una copia. È largo 112 cm e alto 78; la postura del Battista ricorda i dettagli di due dipinti: il soggetto analogo della Galleria Corsini a Roma, e l'Incoronazione di spine di Vienna; magari, pure il San Gerolamo che scrive di Malta. Gli esami scientifici mostrano che le peculiarità corrispondono a quelle tipiche di Merisi. Ha già convinto tanti esperti del pittore: da Claudio Strinati a Maurizio Calvesi, Carlo Giantomassi (grande restauratore), fino a Rossella Vodret, che l'ha vincolato come opera autografa a maggio, e voluto per una mostra da poco conclusa nel Sud America. Il «Caravaggio ritrovato» ha persuaso pure Clovis Witfield, Sergio Guarino (nel 2011, ha rinvenuto documenti rivelatori) e Sebastian Schútze, tre altri noti esperti. IL BLOCCO La sua storia è quanto mai curiosa. La racconta Fabrizio Russo, negozio in via Alibert, a Roma: «Anche mio nonno Franco era un antiquario. Nel 1951, presenta il dipinto all'Ufficio esportazioni: voleva venderlo a un'asta a New York, come Caravaggesco». Ma a Christie's il San Giovannino non arriva: bloccato dalla commissione; lo Stato esercita il diritto di prelazione. Lo decidono tre esperti: Giorgio Castelfranco, storico dell'arte, collaboratore di Rodolfo Siviero nel recupero delle opere portate via dai nazisti e già direttore di Palazzo Pitti; Corrado Maltese, allievo di Pietro Toesca e docente universitario, autore di una Storia dell'Arte in Italia 1785-1943 edita da Einaudi e pochi anni prima, segretario di Ranuccio Bianchi Bandinelli, un grande direttore generale delle Belle Arti; e Federico Zeri, allora trentenne. Cinque mesi prima, si era aperta a Milano, curata da Roberto Longhi, la famosa mostra caravaggesca. Affermano i tre: «Opera di alto pregio da attribuirsi a Michelangelo da Caravaggio, nella sua piena maturità», «è una strettissima congiuntura caravaggesca, fra i più importanti acquisti delle Gallerie nazionali nell'ultimo decennio». Lo Stato paga il basso valore dichiarato del dipinto (30 mila lire), e, fino al 1958, lo espone a Palazzo Barberini, non ancora restaurato, acquisito nel 1949 per diventare Galleria d'Arte antica. Ne nasce una «querelle» giudiziaria: Franco Russo contesta la prelazione. «Rivendica la sua buona fede: non avrebbe mai pensato di esportare la tela, se l'avesse ritenuta di Caravaggio», spiega Maurizio Lupoi, figlio del legale che ne curò gli interessi; «ma ci vollero tre gradi di giudizio». Nel 1958, il quadro torna a Franco Russo. Il quale se ne va improvvisamente due anni dopo: «Nonno non ha potuto nemmeno raccontarci qualcosa di quel dipinto», dice Fabrizio. Il negozio di via del Babuino è venduto, la tela resta in casa. La genealogia continua: prima, due fratelli di Franco, Ettore e Antonio, aprono gallerie nel centro di Roma; poi, il figlio una a via Capo le Case: «Ma aveva tre lauree, e si occupava semmai di centrali nucleari». Finché pubblicizza il dipinto, ormai non più della famiglia, come della Cerchia di Cara-vaggio: nella mostra per i «Cent'anni di una tradizione», iniziata dal suocero, Pasquale Addeo. LE INDAGINI «E' il 1998; e dopo quella celebrazione, cominciamo gli accertamenti». Nel 2010, Bruno Arciprete lo pulisce a Napoli. Sergio Guarino ritrova una tela di dimensioni e soggetto analoghi nella raccolta del cardinale Pio: ceduta nel 1777, come Caravaggio, a Gavin Hamilton, un mercante famoso; e ce n'è menzione tra i beni d'un altro cardinale, Giacomo Filippo Nini, nel 1681: «S. Gio. Battista, tela grande, che colla destra porge l'herba all'agnello vestito di pelliccia e manto rosso mano del Caravaggio». Lo esamina l'ingegner Claudio Falcucci, della Sapienza, che dice: «Ho indagato circa 30 opere di Merisi; ho studiato tre volte questo quadro, l'ultima nel 2011. Non c'è un disegno, ed è abbastanza solito in Caravaggio; ci sono invece quelle incisioni nella tela abituali per lui. Vari pentimenti e correzioni: non è una copia. Tipici i profili a risparmio: zone non dipinte in cui sfrutta la preparazione della tela. Tante le compatibilità e analogie: per come è dipinta, una gamba è analoga al quadro Corsini: anche certe incisioni li accomunano». A concludere è Claudio Strinati: «Tra i molti che negli ultimi anni sono stati avvicinati alla mano di Caravaggio, questo è di gran lunga il più interessante e importante»; «nuova e sorprendente l'iconografia»; «un conoscitore come Zeri non avrebbe caldeggiato l'acquisto»; «il restauro ha messo in evidenza una qualità della stesura coerente con quanto ora sappiamo del metodo di lavoro di Caravaggio»; gli ricorda anche il Narciso di Palazzo Barberini (che, secondo alcuni, è però di Giovanni Antonio Galli, «lo Spadarino»: ma veste come il giovane nella Buona Ventura dei Capitolini, e come la Maddalena penitente Doria Pamphili). Per lui, il dipinto è «dell'estrema fase del pittore». E' un nuovo mistero, un nuovo (ma antico) e prezioso ritrovamento. La risposta concorde degli studiosi Fabrizio Russo, se lei potesse disporre del quadro di cui è solo il portavoce dei proprietari, che ne farebbe? «Credo che un'opera simile andrebbe mostrata in un museo romano». Dubbi sull'autore? «Direi proprio di no, specie dopo quanto affermano gli esami scientifici e grandi studiosi; la tela pare attestata pure nei documenti». La tavolozza, come nei dipinti maturi di Caravaggio, quasi non ha il cinabro; la gamba destra in origine era nuda: dipinta e coperta dopo, come nell'opera Corsini. Il quadro ha leggermente sofferto: mostra piccole lacune e svelature del tempo andato; «però, adesso, non lo toccherei», spiega Claudio Falcucci. Dice: è perfino possibile che all'inizio, la striscia di pelliccia rivestisse la figura del santo, fino «a sormontarne la spalla destra: proprio come nel San Giovannino di Kansas City». Del resto, Merisi ha dedicato spesso al Battista attenzione (e pennello), anche se l'effige di questo quadro non era nota; ma mancano due o tre opere del genere, già attestate in antichità. E sono chiare le prime pennellate d'abbozzo: simili a tante opere del maestro lombardo. Insomma, nel quadro d'insieme, tutto concorda davvero per una grande (ri)scoperta.