La nuova facciata della Galleria dell'Accademia, in Via Ricasoli, dice di Firenze più di un intero trattato di sociologia del degrado urbano. La occupano (pare definitivamente, anche se non ci si vorrebbe credere) quattro gigantografie del Gigante per eccellenza: ovviamente lui, il David. L'idea mi pare davvero infelice, perché veicola due messaggi antitetici alla missione educativa di un museo: il primo è che il museo sia un luogo commerciale, il secondo che l'Accademia si riduca al suo feticcione di marmo. I musei non espongono stabilmente in facciata delle grandi foto delle proprie opere: ce lo vedete il Louvre ad innalzare una enorme Gioconda sulla Piramide? Lo fanno invece i negozi, che espongono la merce per strada, per attrarre i compratori. E questo è il primo errore: accreditare l'idea che i musei siano luoghi commerciali. Un grande sociologo americano, Christopher Lasch, ha scritto: « Il mercato, si sa, tende ad universalizzare se stesso. Non coesiste facilmente con istituzioni che operano secondo principi antitetici ai suoi: scuole e università, giornali e riviste, organizzazioni senza fini di lucro e famiglie. Presto o tardi, tende ad assorbirle. Esercita una pressione quasi irresistibile su qualsiasi attività perché essa si giustifichi nei soli termini che riconosce: diventando un'operazione lucrativa». Ed è proprio per questo che prosperano in Italia le strapotenti società di servizi museali, che lavorano grazie a un opaco sistema di concessioni, e che stanno fagocitando antiche istituzioni culturali e cambiando in senso commerciale la stessa politica del Ministero per i Beni culturali. Non so come siano andate le cose all'Accademia, ma conoscendo la preparazione e la serietà della sua direttrice, inclinerei a pensare che si tratti di un'idea di Opera Laboratori Fiorentini, la costola di Civita che gestisce i musei di Firenze. Il secondo errore riguarda l'autocensura dei fiorentini, ormai disposti ad amputare tutto ciò che non interessa al più rozzo dei turismi. Tutto è per i turisti: trattati con viscido servilismo, ma in fondo odiati, malsopportati, spennati. E, alla fine, questo continuo gioco al ribasso ha plasmato la mentalità degli stessi fiorentini: che hanno cominciato a credere, anche loro, che Firenze si riduca al David di Michelangelo. L'idea stessa di tessuto urbano ha ceduto di fronte all'idea di Firenze come contenitore di singoli 'capolavori assoluti', cioè slegati da ogni rete di significati. Un museo come l'Accademia dovrebbe quasi nascondere il fatto di possedere il David (lo dico come paradosso): tanto tutti lo troverebbero comunque. Dovrebbe dire invece: «NON siamo SOLO la casa di quel fantastico bellimbusto, c'è molto altro da vedere». Un museo è un luogo che dovrebbe essere sottratto al potere del mercato, e che dovrebbe educare alla complessità, alla varietà, alla meravigliosa densità della storia. Vederlo ridotto ad una bottega con il piatto forte fotografato in facciata, come la bistecca nei ristoranti aperti 24 ore su 24, è davvero deprimente. Firenze non c'è più, al suo posto prospera Florence: mettersi in coda, please. Tomaso Montanari
Il Gigante in vetrina (ma questo è un museo)
La nuova facciata della Galleria dell'Accademia a Firenze è stata realizzata con quattro gigantografie del David di Michelangelo. L'autore del testo critica questa scelta, considerandola infelice e contraria alla missione educativa dei musei. Secondo il testo, i musei non dovrebbero esporre stabilmente le loro opere in facciata, ma piuttosto creare un'esperienza di visita che coinvolga la complessità e la varietà della storia. Il testo critica anche l'idea di Firenze come contenitore di singoli "capolavori assoluti", che ha plasmato la mentalità degli abitanti della città.
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