Non c'è che dire, ci stiamo prendendo gusto. D'altronde, siamo o non siamo il paese di Tu vuo' fa l'americano? Allora: primarie, e primarie sempre, e fortissimamente primarie. Presto, vedrete, si celebreranno in famiglia per sbrogliare il quotidiano rebus del pasto: domani pasta e fagioli o risotto ai funghi? Il soviet supremo di controllo presieduto da Nonno Libero vaglierà le schede depositate nel «Bimby» comprato a rate e, in ottemperanza al meccanismo democratico brevettato oltre Atlantico e opportunamente «aggiustato» dalle nostre parti, in tavola arriverà un piatto di fave e cicoria. Poco male se vi saranno occasionali flatulenze su Facebook dei fagiolai delusi e compunte risottate di protesta davanti alle Procure della Repubblica, oltretutto illanguidite nell'organico per la salitadiscesa in politica di numerosi magistrati. In attesa delle «culinarie» (astenersi facili ironie su Hosni Mubarak e sue giovani eredi), ecco intanto le «culturalie», cioè le primarie delle cultura. Le promuove da ieri sul web il Fondo Ambiente Italiano (Fai), invitando a una semplice iscrizione sul sito e all'espressione di tre preferenze tra i quindici temi ritenuti preziosi nell'agenda del futuro Parlamento. «Se non puoi scegliere il candidato, scegli le sue idee», recita lo slogan del Fai allusivo al meccanismo del cosiddetto «Porcellum». E' l'attuale legge elettorale, che attribuisce ai partiti il potere di decretare chi verrà eletto in base alla gerarchia dell'inserimento in lista. Oddio, «scegli le sue idee» suona un po' come una pia illusione. Avranno davvero delle idee? Speriamo di no e quindi sarebbe difficile sceglierle. Ma nel caso le abbiano (e c'è chi le ha), figurati se stanno li a farsene suggerire di diverse da chicchessia. Tuttavia, com'era scontato, le «culturalie» hanno subito vellicato la rituale retorica del caso e già ieri non sono mancate le adesioni. Tra i primi, taluni esponenti del Pd per il quali la parola «primarie» rischia di somigliare agli esperimenti col cane di Pavlov: un suono, una salivazione. Riflesso condizionato. Leggiamo ancora dal sito del Fai: «Giotto, Dante, Leonardo, Verdi e Fellini in campagna elettorale». Difatti le vignette che li rappresentano sono allineate al pari dei cinque concorrenti nella sfida televisiva di Sky per il candidato premier del centro-sinistra, nel novembre scorso. Sotto il segno di cotanti testimoni (in italiano testimonial) il Fai lascerà aperto il voto fino al 28 gennaio all'indirizzo internet www.primariedellacultura.it. Tre settimane durante le quali si potranno votare «le priorità nell'ambito della cultura, del paesaggio, dell'ambiente da indicare a chi si candida a guidare il prossimo governo». Le quindici opzioni in lizza? Facciamo qualche esempio: «Non 1 di meno: quota minima 1 dei soldi pubblici perla cultura» e «Chi tocca il suolo muore: stop al consumo del paesaggio». Nonché, con risolutezza montistacasiniana o montianacasinista, «Io centro: difendere i centri storico . Non manca il raffinato giochino di parole alla maniera del poetronico Gianni Toti: «Agri-cultura: più lavoro e benessere a km zero». In altre schede colpisce il bisogno di salvaguardare la lingua italiana, evocato di recente da Guido Ceronetti: «Più start-up per tutti: vere agevolazioni per i giovani» oppure «Meno Italialand, più Italia: politiche integrate per il turismo». Panni sciacquati in Hudson invece che in Arno, stereotipi e anglicismi. E se viene citato il film testamentario di Mastroianni, «Mi ricordo, sì, io mi ricordo: salviamo le biblioteche», un posticino è riservato anche alla fantascienza: «Progetto MIBAC 2.0. Per uno Stato più efficiente e moderno: adeguare le politiche culturali e di tutela e le professionalità necessarie a metterle in atto per consentire al Ministero per i Beni e le Attività Culturali un ruolo più incisivo ed attuale». Oh, yeeeees. Fra le rare proposte concrete, quella titolata in omaggio a Massimo Troisi: «Ricomincio da tre (ore): più storia dell'arte a scuola». Eppure - indovinate - almeno ieri è stata tra le meno votate. Mentre è subito balzata in testa alla classifica la geremiade «Più soldi alla cultura». Per farne cosa, come, con quali modalità e verifiche degli esiti «ambientali», non è un problema pervenuto aldal Fai. E che importa se i tedeschi da mesi dibattono di Kulturinfarkt, infarto della cultura, per eccesso di sussidi statali, come sostiene un saggio appena tradotto in italiano nelle edizioni Marsilio. D'altronde, il roboante «Manifesto per la cultura del Sole 24 Ore», lanciato nemmeno un anno fa, è stato archiviato nel nulla di fatto. Con la complicità dei «chierici» traditori di cui scrisse Julien Benda (gli intellettuali servi di ogni regime), la politica continua a pensare alla cultura come a un laico instrumentum regni. Tutto molto canonico, prevedibile, «primaricamente corretto», in una parola: inutile. Domani, fave e cicoria.