Un museo che chiude, sebbene solo per quaranta giorni, non è una bella notizia ma nel caso del Marta, il Museo Archeologico Nazionale di Taranto, ad indorare la pillola c'è il fatto che alla sua riapertura conterà sull'allestimento completo del primo piano e in un tempo non lontanissimo anche sulla complessiva riorganizzazione del percorso espositivo dove troveranno opportuno lustro le opere magno-greche e i pregevoli e celebrati corredi ellenistici. Ad assicurare la nuova veste, in linea con un necessario aggiornamento museografico, i fondi Por, una delle tante eterogenee e tangibili manifestazioni del sostegno comunitario allo sviluppo e alla cultura, senza del quale le nostre istituzioni avrebbero da tempo esalato l'ultimo respiro. Di tale generoso supporto il Marta ne ha beneficiato, confermandosi museo dalle stimate credenziali internazionali con un patrimonio prestigioso, che parla, ai locali, del territorio e della sua identità storico culturale e, al resto del mondo, anche di un pezzo della civiltà occidentale. Insomma, un gioiello di famiglia (come l'archeologico barese che riaprirà in primavera nella nuova sede di Santa Scolastica) aperto agli inizi del secolo scorso e, con alterne vicende, ora in grado di competere sul fronte internazionale con simili istituzioni di settore, ostentando una pari dignità museale. Non poco per una città ferita come Taranto dove, si sa, in altri settori, Ilva in testa, governo e amministratori locali non hanno perseguito le stesse logiche virtuose. In definitiva, al netto dei costi esosi e sicuramente dei colpevoli ritardi, non è stato necessario impegnare sofisticate strategie di politica culturale ma, alla fine della storia, è stato sufficiente lo sfruttamento delle risorse disponibili nel munifico pacchetto predisposto dalla comunità europea. Ausili finanziari non convenientemente incanalati quando, al contrario, una fantasia amministrativa, nel prevedere obiettivi e crescita territoriale, avrebbe dovuto suggerire ben altre strade, ossia rigore nelle scelte e radicalità degli interventi. In altre parole, per restare nel tema dei musei, la Puglia, a fronte di una stagione di eventi che l'ha posta tra i luoghi italiani più appetibili turisticamente parlando, registra ancora una scellerata assenza di istituzioni stabili. Un esempio per tutti il museo d'arte contemporanea, quel museo che ancor non c'è ma che tanto bene avrebbe fatto a tutto il territorio. Nelle sue ultimissime reincarnazioni si sarebbe dovuto chiamare Bac ma è rimasta ostinatamente una sigla, Bari arte contemporanea, una proposta sicuramente inficiata da un difetto di fabbricazione «ab ovo», ma forse perfezionabile qualora avesse incontrato il condiviso sostegno di tutte le amministrazioni locali. E qualora fosse stata esaminata sotto la giusta luce, tra le poche offerte, venute fuori in questi ultimi anni, dalle spalle larghe cioè capaci di ingranare nel sistema dell'arte sovranazionale. Bisognava però guardare lontano, non accontentarsi di appoggiare mostre costose in grado di coagulare consensi locali ma scarsa allure sovraregionale o di puntellare fondazioni museo come la Pino Pascali di Polignano a Mare strutturalmente impossibilitate, da sole, a reggere le impegnative vocazioni richieste dal ruolo. Bisognava, altresì avere il coraggio politico di attivare investimenti culturali di lunga gittata, vale a dire non esclusivamente coincidenti con il proprio mandato ma ancorabili, stabilmente, al patrimonio collettivo.