La Palazzina di caccia torna (in parte) al pubblico Questa vicenda sottolinea come possa esistere un punto di partenza del progetto condiviso: l'individualità di ciascun intervento CON LA RIAPERTURA DELLA SALA CON I 13 DIPINTI DI VITTORIO AMEDEO CIGNAROLI (1771) CHE RAPPRESENTANO LE VARIE FASI DELLE CACCE REALI, un altro tassello di uno tra i più complessi e interessanti restauri italiani si è compiuto. Per l'ultima delle residenze costruite dai Savoia, la Palazzina di caccia di Stupinigi alle porte di Torino, questa non è stata l'unica apertura. Dal 2009, anno del dissesto dell'Ordine Mauriziano che rimane proprietario della Palazzina, oltre che delle abbazie di S. Antonino di Ranverso e di Staffarda in Piemonte, la più significativa riapertura è stata forse quella nel novembre 2011. Dopo quasi dieci anni di restauro, si è restituita al pubblico una delle più intriganti architetture del Settecento italiano, la manica di Levante della stessa Palazzina, opera di straordinaria complessità distributiva e decorativa, progettata da Benedetto Alfieri, che ha visti mobilitati per il progetto Soprintendenze, restauratori e studiosi. Riapertura che è coincisa con quella al pubblico dell'intera Palazzina di caccia. Grazie anche all'impulso dei due curatori del fallimento dell' ordine, Cristiana Maccagno e Giovanni Zanetti. Commissionata a Filippo Juvarra da Vittorio Amedeo II, ufficialmente l'11 aprile 1729, la Palazzina conosce, in realtà, progetti antecedenti dello stesso Juvarra che vi lavorerà sino al 1736. Gli interni intrecciano i virtuosismi di scultori, intagliatori, stuccatori, artigiani e pittori, come Giovanni Battista Crosato, Carlo Andrea Van Loo, Gerolamo Mengozzi Colonna, Giuseppe e Domenico Valeriani. La costruzione della palazzina prosegue anche dopo la partenza di Juvarra per Madrid, con le maniche di Levante e Ponente, nonché con quelle parti che fanno dell'edificio una struttura architettonica, singolarmente unitaria. Una storia complessa, non ancora interamente svelata, che vede dal 1738 lavorare al progetto Benedetto Alfieri sino al 1767, e poi Birago di Borgaro e Ludovico Bo. La storia recente del restauro comincia nel 1987, ma è dal 1995, quando viene affidato agli architetti Roberto Gabetti, Aimaro Isola e Maurizio Momo, che i lavori conoscono nuovo slancio. Un cantiere che oggi sta interessando le facciate verso il parco esterno, gli appartamenti del re e della regina e, si spera il salone centrale, la sua balconata, e la straordinaria copertura lignea. Un restauro che è proceduto per parti, restituendo al visitatore le due orangeries, le stalle e il giardino interno, riportato al disegno Juvarriano, oltre la manica di Levante e la sala della caccia. Intervento che ha inoltre avviato il recupero del parco esterno, acquisito dalla Regione Piemonte, sotto vincolo di mantenerlo nella forma che la commenda Mauriziana aveva definito, con l'impegno anche di eliminare la strada che con la circonvallazione della Palazzina, ne interrompe l'unità. Oggi quest'opera incompiuta di restauro si propone quasi un paradigma per tante questioni italiane, tra le altre anche quella della recente "reintegrazione. a livello accademico di storici e restauratori. Stupinigi sottolinea come possa esistere un punto di partenza del progetto di restauro condiviso: l'individualità di ciascun intervento, da studiare e valutare, partendo dal processo conoscitivo dell'opera e del suo contesto storico e paesaggistico. Un'enfasi sull'individualità del «fatto. storico, che il restauro condivide del resto con una parte almeno della ricerca storica e sociale. Se i limiti conoscitivi, prima che operativi del progetto di restauro devono essere individuati di volta in volta, proprio un procedere per fasi ribadisce la necessità della «continuità" che deve contraddistinguere l'azione progettuale del restauro. Un programma complesso quello di Stupinigi che ha dovuto misurarsi anche con la scala paesaggistica, segnata dalla matrice generativa del progetto juvarriano, che disegna le rotte di caccia a partire dalle aperture del salone centrale. Un intervento che interessa anche architetture considerate minori come il canile. Anche per questa ragione Stupinigi è un progetto aperto su cui oggi si misurano contributi accademici, come quelli dell'atelier di restauro e valorizzazione del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino. Un'integrazione di saperi che quasi impone la definizione di un'opportuna metodologia di ricerca, ad iniziare dalla raccolta, elaborazione e controllo delle fonti storiche, per Stupinigi in gran parte concentrate nello straordinario archivio dell'Ordine Mauriziano. Fonti che evidenziano problemi di ordine giurisdizionale che persistono oltre l'abbandono da parte dei Savoia del suo uso, a cavallo della prima guerra mondiale. Senza la capacità di leggere le fonti come frutto di azioni, volontà o conflitti, anche il restauro sarebbe rimasto formalista e, probabilmente, non si sarebbe posto e soprattutto non avrebbe saputo affrontare il problema del rapporto tra Palazzina e territorio. Una visione delle fonti quella che Stupinigi propone con cui si deve confrontare oggi tutto il restauro, procedendo oltre la concezione della storia come legittimazione e muovendosi, invece verso quella ben più complessa di una storia come materia fondamentale dello stesso progetto di restauro.