Sul Corriere della Sera di qualche giorno fa è stata pubblicata un'inchiesta sulle chiese di Napoli (circa 200) abbandonate all'incuria e al degrado. Chiese, alcune delle quali veri e propri gioielli storico-culturali, costrette da impalcature di ferro tanto perenni quanto può essere una cosa provvisoria in Italia, spogliate dei loro tesori artistici come e più le tombe dei Faraoni in Egitto nell'ottocento, trasformate in officine o abitazioni precarie con annessi balconcini, panni stesi e rifiuti davanti alla facciata. Una sensazione di macerie belliche, di una guerra perenne mai dichiarata. Eppure, per molte di queste, negli anni sono stati stanziati, anche più volte, i fondi per il loro recupero, mai spesi: per incuria, per incapacità, per interesse. E i responsabili di questo vero e proprio sperpero di danaro e di ricchezza storico-culturale, che poi si riverbera sulla qualità dell'ambiente urbano e della vita dei cittadini, sono facilmente individuabili, risalendo alla proprietà delle fabbriche: le Amministrazioni, il ministero dei Beni Culturali, il Clero, in una parola lo Stato nelle sue varie articolazioni. E' una situazione che non riguarda, purtroppo, solo Napoli bensì tutta la Nazione, il Mezzogiorno in particolare e non solo i beni ecclesiastici. Beni che la storia e la cultura ci hanno lasciato copiosamente in dotazione e che noi, cittadini del nuovo millennio, con spregiudicatezza sperperiamo. Eppure esisterebbero le risorse, le competenze, l'interesse al loro recupero che passa, prima di ogni cosa, per la loro messa in sicurezza. Un esempio viene, quasi per la legge del contrappasso, dal profondo Sud, una volta tanto da Catania, la città che è stata del dissesto finanziario, delle strade al buio, del traffico impazzito e, cosa più singolare ancora, da una comunità di professionisti -gli architetti- che, secondo alcune logiche non del tutto sopite, fanno parte di quella casta di "privilegiati" che difendono rendite di posizione e "resistono"ai processi innovativi dell'economia liberale. Alla fine del 2010 la comunità degli architetti catanesi mise in campo, e a disposizione, un protocollo d'intesa volto a rendere possibile l'adozione di singoli beni architettonici religiosi da parte di architetti volontari. Ne demmo notizia da queste pagine, esponendo la speranza che la cinicità dei tempi che viviamo, la presenza di equilibri consolidati, il semplice disinteresse, non rendessero vano questo atto d'amore. Così in parte è stato; in parte perché, alla fine del 2012 che ci ha appena lasciato, l'Associazione degli Architetti di Caltagirone insieme all'Ordine Provinciale hanno consegnato alla Diocesi calatina il progetto di messa in sicurezza e recupero di un esempio pregevole in quella città. Una specie di metodologia di analisi e intervento, applicabile a tutti gli edifici storici, che costituisce l'esempio concreto di quanto si può fare quando la volontà, la consapevolezza delle responsabilità, non si lasciano sopraffare dai demoni della nostra epoca o dalle difficoltà che la nostra burocrazia mette davanti a chi vuol semplicemente fare. Lo studio, riguardando le chiese cosiddette FEC e cioè in proprietà dello Stato, è stato consegnato, proprio a ridosso delle festività di fine anno, anche al Prefetto. Con la speranza che, una buona volta, il desiderio di fare, di essere utili, trovino finalmente orecchie pronte ad ascoltare e occhi buoni per vedere. 07012013