NELLA prima lunga giornata in pubblico del presidente Napolitano, dedicata prima allo sgomento per la spoliazione avvenuta nella biblioteca dei Girolamini, poi alla serata al cinema, arriva come un colpo secco, inatteso, quel foglio carico di ferma condanna, su una città «ormai invivibile», che porta la firma di Roberto De Simone. È un dito puntato sulle gravi criticità e sulle lobby, sullo «sfrontato clientelismo istituzionale» che, per il maestro Roberto De Simone, soffoca l'offerta artistica e culturale cittadina, nella Napoli che non ha più fondi, né grandi idee da destinare a grandi visioni. Il compositore, autore e regista, un pezzo della storia musicale italiana, invia al presidente Giorgio Napolitano venti righe iniettate di indignazione. Il fax arriva al «Signor Presidente», in attesa che la lettera originale compia il suo tradizionale viaggio via posta, proprio mentre il Capo dello Stato, ancora in città per la breve vacanza d'inizio anno, dedica la sua mattinata all'attenta ricognizione negli ambienti del cinquentesco bene monumentale. «Illustrissimo presidente, la informo che non eserciterò più il mio diritto al voto scrive De Simone fino a che Napoli sarà priva di positive visioni prolettiche, fin quando resterà nelle degradate condizioni delle maggiori pubbliche gestioni artistico- culturali, di sfrontato clientelismo istituzionale, di inefficiente funzionalità delle strutture cittadine, di marciume morale neanche paragonabile a quello dell'ultimo dopoguerra». E ancora: «Il clima che si respira in città è quello di un neofascismo peggiore di quello storico che soffoca la fioritura di giovanili potenzialità costrette a l'emigrazione, che crea il vuoto intorno al dissenso e alla denuncia critica degli anziani, che promuove solo il radicalismo della superficialità e le parassitarie erbe del consenso, per cui talvolta anche la pubblica informazione è manovrata da ordini imbavaglianti cui non si può disubbidire. E la maggioritaria mancanza di dissenso per ciò che palesemente ci passa sotto gli occhi esprime vigliacco timore, costrizione imposta, spesso indecorosa collusione, dipendenza economica dal potere degli incarichi, o uno zittio perverso che convive con una malsana città diventata invivibile». L'epilogo è assai amaro, seppur venato di ironia. «Le invio i più sentiti auguri per il nuovo anno, con la speranza in un portentoso intervento di San Gennaro o in Lei stesso: napoletano Napolitano». Quasi nelle stesse ore, il presidente scuote la testa sotto il soffitto della splendida sala "Vico", nel complesso dei Girolamini, di via Duomo. «Com'è stato possibile?... ». È quasi un sospiro quello che il Capo dello Stato affida ai suoi accompagnatori mentre visita la Biblioteca ancora sotto sequestro. È la prestigiosa raccolta di volumi antichi, già cara a Giambattista Vico, al centro dell'inchiesta sui furti ideati proprio dall'uomo che ne aveva avuto la custodia, Massimo Marino De Caro. Napolitano arriva poco dopo le 10, entra da un ingresso laterale con usuale discrezione, è atteso dal neo soprintendente del polo museale Fabrizio Vona, il direttore generale per i beni archivistici e librari del Mibac Rosanna Rummo, il vertice della Biblioteca Nazionale Mauro Giancaspro e, l'attuale conservatore ad interim, il professore Umberto Bile inviato dalla Soprintendenza e subentrato all'ordine dei Filippini dopo lo scandalo. Ma, a condurre il presidente lungo le sale della Biblioteca c'è anche il procuratore aggiunto Gianni Melillo, il magistrato che ha coordinato l'inchiesta. «Com'è stato possibile...», mormora il presidente. Poi chiede quanti sono gli arrestati, quanti libri siano stati recuperati, quanti restano da cercare. «Quasi 4mila quelli trafugati», risponde Melillo. «Ma oltre 3mila li abbiamo recuperati e quasi 600 dobbiamo riceverli da una casa d'aste di Monaco dove siamo riusciti a bloccarli». Napolitano plaude poi allo sforzo congiunto delle istituzioni di riaprire la struttura, che era stata quasi sempre chiusa, se non agli studiosi, ai visitatori di passaggio. «Sono in arrivo sia i 7 milioni dei fondi Unesco, sia i 3 milioni del Poin per attivare alcuni cantieri di restauro », ricordano Bile e Vona. Intanto il presidente si congratula per i giovani storici dell'arte che vede lì al lavoro. Quando esce dai Girolamini, scambio schietto e rigorosamente in napoletano con una passante. Lei. «Preside', fate qualcosa per i giovani di Napoli ». E lui: «Chesto cercammo 'e fa'», proprio questo. Il pomeriggio trascorre al Metropolitan, il cinema di Chiaia a vedere «La migliore offerta», il film di Tornatore. «Mi è piaciuto, dice». Ma non risponde a domande su politica, Napoli, elezioni. La serata finisce a cena in una casa di Posillipo, dall'ingegnere Carlo Viggiani, professore emerito di Ingegneria, già nel comitato che ha rimesso "in piedi" la Torre di Pisa, riconoscimenti ricevuti in Italia e all'estero. Uno di volti di quell'"eccellenza" napoletana, della "risorsa cultura", per la quale il presidente si è spesso durante il suo settennato.