Sono crollati diversi edifici, ma anche tante certezze: alle 4.03 di domenica 20 maggio 2012 è stata cancellata la convinzione, radicata negli ultimi quattro secoli, che la pianura padana fosse al sicuro dai terremoti. Quella scossa di magnitudo 5.9 della scala Richter, replicata un'ora dopo e nel primo pomeriggio da due sismi di magnitudo 5.1 ha dimostrato come le viscere della terra al confine tra Lombardia, Emilia e Veneto erano solo addormentate, in attesa di sprigionare violentemente l'energia accumulata in centinaia di anni di movimenti convergenti di Alpi e Appennini. Certo, nel 1570 aveva tremato Ferrara, per ben quattro anni, ma la memoria si era persa. Certo, il 2012 era cominciato con due scosse ben avvertite anche a Mantova, ma l'epicentro era in pieno Appennino, dove, si sa, i movimenti tellurici non sono infrequenti. Quel 20 maggio ha segnato il brusco risveglio di tutti i cittadini padani dal sonno del sabato notte e da quello della memoria. Ed era solo l'inizio. L'epicentro della prima grande scossa, preceduta da un paio di avvisaglie, è individuato nel sottosuolo di Finale Emilia. E da subito è il "terremoto dell'Emilia". Anche perché in Emilia miete vittime e induce danni disastrosi. Ma anche la confinante provincia di Mantova è duramente colpita, da Moglia a Felonica, da Gonzaga a Poggio Rusco. La stessa Mantova non esce indenne. L'energia accumulata sotto la Pianura Padana non si scarica però interamente con quei grandi scossoni. Prende il via uno stillicidio di movimenti di assestamento, che non dà tregua alle zone colpite, agli sfollati, a chi deve verificare i danni. Quando il peggio sembrava passato, al punto da indurre la laboriosa gente padana a riprendere, ove possibile, le attività di sempre, il terremoto colpisce di nuovo. A tradimento, alle 9 di mattina del 29 maggio, quando la gente è nei capannoni delle fabbriche. Una botta di magnitudo 5.8, seguita verso le 13 da altre due scrollate superiori a 5. Con epicentri più spostati verso ovest, in linea con quanto da alcuni giorni stava indicando la sequenza sismica. Altri morti, sempre in Emilia. Crollano capannoni anche recenti, costruiti più per resistere al vento che ai sobbalzi del terreno. Ma lesioni profonde feriscono a morte molti simboli del ricco patrimonio artistico locale. Fanno il giro del mondo le immagini della distruzione della lanterna del campanile di Santa Barbara, pericolante dopo la scossa delle 9 e abbattuta da quella delle 13. E un po' tutta la Reggia dei Gonzaga subisce danni, rimanendo poi chiusa per settimane. Il capoluogo, tuttavia, non è di certo, tra i 41 poi riconosciuti come terremotati, il Comune più danneggiato dal sisma. Sono i paesi al confine con l'Emilia a dover fare i conti con i molti edifici lesionati, alcuni gravemente pericolanti, in particolare le chiese, al punto da obbligare i sindaci a istituire le "zone rosse" che fanno diventare della città-fantasma i centri storici. E circa duemila persone si ritrovano con la casa inagibile, costrette, quando non possono contare su parenti, a trasferirsi nei campi degli sfollati. Proprio il numero degli sfollati accolti nei campi diviene il primo parametro per dividere tra le tre regioni colpite i fondi per l'emergenza. Al Mantovano spetta il 4, poco più della metà del danno reale che sarà poi stabilito. Colpita in modo pesante soprattutto la filiera lattiero casearia, che nel Mantovano significa Parmigiano Reggiano e Grana Padano. E le scalere piene di formaggi a stagionare che crollano a terra con effetto domino sono l'altro simbolo del sisma. Terminata l'emergenza, con l'ultimo campo, quello di Moglia, chiuso il 27 luglio, si fanno i conti con la ricostruzione. Ma senza fondi: gli stanziamenti saranno in gran parte disponibili solo dal 2013. I sindaci fanno il possibile, col supporto della Regione, della Camera di commercio, della grande e fondamentale solidarietà scattata tra la gente comune. In visita alle popolazioni colpite arrivano il Papa e il Presidente della Repubblica. Ma sempre in Emilia. Nel frattempo, dopo oltre 2.500 scosse da maggio a novembre, la terra sembra placarsi. Le scuole riaprono spesso in edifici provvisori, le zone rosse spariscono, ma molto lavoro resta da fare per rimettere in moto la vita di tutti i giorni e l'economia. La cicatrice sarà difficile da cancellare. Il ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi con il collega dell'agricoltura Mario Catania e il governatore lombardo Roberto Formigoni visitano le zone mantovane colpite dal terremoto. In particolare San Benedetto Po, con il Polirone ferito e Mantova. Qui, nella Camera degli Sposi, Ornaghi parla dell'emozione che procura Mantegna. Il ministro visita tutto Palazzo Ducale e palazzo Te.