Il giorno che Venezia fu venduta ai cinesi, il vecchio Nando se ne accorse subito dal fracasso dei petardi che entrava, mescolato al profumo dei mandarini, dalla finestra della sua camera da letto. Non aveva voglia di alzarsi. Socchiuse appena un'imposta, quel tanto che bastò per vedere arrivare dal fondo della calle un corteo festoso di mandarini cinesi, elegantemente addobbati con gli abiti tipici degli alti funzionari del Celeste Impero. Sete e broccati viola e blu, piume di pavone tra i capelli, collane di perle, unghie lunghissime e laccate, a significare la natura esclusivamente intellettuale della loro vita e il loro aristocratico distacco, molto veneziano, da qualsiasi attività manuale e materiale. I mandarini cinesi (intesi come persone) seguivano un enorme drago che sputava fuoco dalle narici e tirava un carretto carico di ceste di mandarini cinesi (intesi come frutti). "Xe za Carnevàl?", brontolò il vecchio Nando richiudendo frettolosamente l'imposta. Era un modo di dire. In realtà sapeva benissimo che il Comune aveva dovuto vendere ai cinesi la città, o meglio quel che ne era rimasto, per far fronte ai debiti, una voragine che non riu [sic] Aveva capito che prima o poi sarebbe successo. Che la Cina era vicina. Quando aveva visto che erano stati venduti, sempre a causa della bancarotta, l'aeroporto e il casinò. E poi anche la zona industriale di Marghera e i campi di Tessera. E il Fontego dei Tedeschi, il Teatro del Ridotto, il cinema San Marco. Per non parlare dell'Arsenale e del Molino Stucky, di Palazzo San Cassiano e di Ca' Corner della Regina. Senza contare la Punta della Dogana e Palazzo Grassi, la Scalera Film e la Favorita, l'Abbazia della Misericordia, l'Ospedale al Mare, il Forte di Malamocco, il Parco delle Rose, oltre a un numero imprecisato di isole abbandonate, chiese sconsacrate, scuole inagibili, palazzi disabitati, uffici smantellati, magazzini inutilizzati, pianiterra inabitabili. Perfino un vespasiano. Il nuovo sindaco, Lao Pin Chown, che abitava in via Piave e girava sempre protetto da tredici eunuchi vestiti da guardie rosse, proclamò "L'anno del dragone", che voleva dire dodici mesi di festeggiamenti continuati (fuochi d'artificio, feste di strada, danze tradizionali) per celebrare la conquista della città. Il via alle manifestazioni fu dato con uno spettacolo dell'Opera di Pechino alla Fenice. Profetico come l'aeroporto (i cinesi hanno molto apprezzato che fosse intitolato a uno di loro, Marco Polo) il teatro si era dotato già da tempo di direttori d'orchestra, musicisti e cantanti tutti cinesi. Cosa che non successe al Goldoni, che per vendetta fu subito ribattezzato Teatro Kublai Khan e costretto a ospitare sei mesi di repliche dello spettacolo "Ombre cinesi", che però non era quello che i veneziani, corsi assetati alla prima, si aspettavano. In occasione del primo Capodanno cinese venne aperto a Mestre l'elegante quartiere "Lanterne Rosse", e inaugurata in laguna, al posto del Mose, una "Glande Mulaglia" che arrivava fino a Bari. Cambiò nome, per l'occasione, anche la squadra di calcio che, gemellata con Shangai, diventò Venesha. Tutti erano contenti. Dai nostalgici di Mao Tse Tung agli ultimi veneziani rimasti, assunti dalla mafia cinese, vestiti da Marco Polo, come comparse per i turisti. Era nato anche un nuovo partito, che aveva sostituito l'ormai desueto slogan "El leòn che magna el teròn" nel più attuale "El dragòn che magna el leòn". Anche il vecchio Nando si adattò. Fino al giorno in cui, spaparanzato alle Zattere, nel suo bacetto preferito, non gli andò di traverso l'ultimo "splitz". Tutto aveva sopportato. Ma quello non lo reggeva più. Lo "splitz" proprio no. Fu allora che diventò Bruce Lee.