«Non so come, sbucando da boschi meravigliosi, raggiungo Scoglitti» «Da queste parti sorgeva una grande e potente città, chiamata Camarina". Lo sapeva bene il critico d'arte di Rovereto, Carlo Belli (1903-1991), che nel 1956 si trovava a Gela in un lungo viaggio in Sicilia, ma il sentirselo dire da un rappresentante della Fiat lo aveva stupito un poco. Gli fu detto che per andare a Camarina era necessario prendere la strada per Vittoria. Carlo Belli aveva 53 anni, fu una figura complessa e aperta a molteplici esperienze, autore di dipinti nei quali si accordano razionalità e lirismo, critico d'arte, giornalista e scrittore, era stato tra i fondatori a Milano della galleria del Milione in via Brera, e poi con Bardi e Bontempelli della rivista "Quadrante". Nel 1924 fu in Germania, dove ebbe l'esaltante scoperta del Bauhaus e divenne amico di Kandinskij. "Da Gela a Vittoria - scrisse nel suo "Il cielo nei templi" - sono quarantacinque chilometri che si percorrono agevolmente tra vigneti, oliveti e boschi di lecci, fichi d'India, carrubi, su un terreno dolcemente collinoso". Nessuna indicazione per Camarina, procedeva quindi a lume di naso e non trovava nessuno che lo potesse orientare. "Non so come - continuava - sbucando da boschi meravigliosi, raggiungo il Mediterraneo sulla piazzetta di Scoglitti che è un villaggio di pescatori, posto in uno dei punti più meridionali della Sicilia". Chiese all'impiegata della Posta, ma non seppe rispondere e "nemmeno alcuni giovanotti che sostavano davanti al negozio del barbiere, hanno idee molto chiare sul percorso che dovrei fare". Così cominciò a temere che la sua escursione fosse seriamente in pericolo, anche perché il pomeriggio era ormai inoltrato, quando vide il maresciallo dei carabinieri uscire dalla caserma che gli diede qualche informazione e pronunciò con straordinaria naturalezza il nome Ippari. "Ma quale eco batté nel mio spirito - esclamò Belli - pensavo a questo nome pronunciato da Pindaro, e ripetuto tale e quale, ventiquattro secoli dopo, da un maresciallo dei carabinieri, con il tono più naturale come dicesse Arno, Adige". Della plaga di Scoglitti diede una bella descrizione: "Ha un'apparenza addirittura selvaggia, benché a guardar bene si scopra che la zona è coltivata a ortaglie, e agrumi, a ulivi, qua e là interrotta da boscaglie di arbusti o da vaste chiazze di pascoli dominate da qualche leccio gigantesco e perfino da allori secolari, di un volume incredibile", dandone anche, da critico e pittore, una visione pittorica: "In questa confusione di aspetti, il verde, che pure predomina, è morso a tratti, da vaste alopecie sabbiose; l'uomo ha abbandonato il paesaggio all'immane disordine della natura, limitandosi a raccogliere il ben d'Iddio che la terra quasi spontaneamente gli offre. Alture, depressioni, colline, valloni, rendono la plaga anche più aspra, facendo un groviglio di ciò che gli ingegneri chiamano "curve di livello". Quanto alla strada, si tratta di un nastro bianco, senza asfalto, stretta, polverosa cosparsa di buche e rotta da voragini improvvise. Si va a quindici chilometri l'ora". Questo retroterra si presentava selvaggio, "ma non dobbiamo farci illusioni che lo fosse di meno - sottolineava - cinquecento anni prima di Cristo, quando sopra di esso imperava la città di Camarina, che sorgeva, temuta capitale, laggiù, in faccia al mare; essa aveva alle spalle due vaste paludi, di cui parlano numerose fonti antiche che gli oracoli dicevano "Camarina non movere", sicché il non muovere di Camarina rimase celebre in tutta l'antichità". Al fondo di una valletta cosparsa di verdissimi carrubi, vide d'improvviso l'Ippari famoso; era un fiumarello senza pretese, anzi, di aspetto alquanto dimesso. "Lo varcammo su un ponte da nulla, e proseguimmo per la strada che saliva una assai ripida collina. La nostra avventura pareva non avere termine in quelle solitudini selvagge. Quando, a causa della sera incombente, si era sul punto di rinunciare a ogni ulteriore esplorazione, scorgemmo lontana, al sommo di un'altura, dalla parte del mare, una grossa masseria". Descrisse Camerina come una città fiera, bizzarra, alquanto insolente, che risultava dal suo comportamento tenuto sia di fronte a Siracusa che l'aveva fondata, sia verso i Cartaginesi, sia nei rapporti con la famosa spedizione degli Ateniesi: gelosa della propria indipendenza, per conservarla tentò sempre un doppio gioco furbesco, più che prudente, pagandone il fio con distruzioni periodiche, finché un rozze romano la rase al suolo senza tanti complimenti. "Lasciammo la macchina lassù per scendere a piedi fino alla spiaggia del mare africano - scrisse - ed eccoci in un golfo abbastanza ampio; era facile per la immaginazione collocarvi una città ricca di templi, di teatri, di ginnasi. Lì sorgeva, infatti, Camarina: ancora visibili i resti di un'ara, forse una delle tre famose menzionate da Pindaro, che erano schierate in faccia alla marina. Più sotto, ci sembrò di scorgere la pietra angolare di uno stilobate. Lontana all'interno una colonna sdraiata. Tutto era coperto da una coltre di sabbia color grigio-rosa, e certo sarebbe bastato frugare un poco con le mani per riempirsi le tasche di cocci. Il mare rumoreggiava sulla città sepolta con voci ritmiche e potenti". Rimase seduto sulla sabbia, con la testa tra le mani e pensava che "l'uomo è meno di una farfalla". Sarebbero trascorsi altri duemila anni, e il mare, lì, in quel golfo deserto, non avrebbe smesso il suo grido ritmico e potente quasi a salvaguardare il silenzio calato su Camarina. Carlo Belli partecipò con fervore alla polemica per l'avvento dell'architettura razionale, fu grande amico degli archeologici Halbherr e Orsi e sviluppò un appassionato e mai interrotto interesse per l'archeologia classica pubblicando volumi e contributi giornalistici. 30122012