Aperta fino al 10 marzo, da martedì a sabato, dalle 9 alle 13 Ingresso da via Garibaldi «Da Evarco a Messalla». Ovvero, «Archeologia di Catania e del territorio dalla colonizzazione greca alla conquista romana». La mostra c'è, il museo archeologico regionale «Ignazio Paternò Castello V principe di Biscari» no. E non solo perché la preziosa collezione archeologica del grande principe è parte integrante del museo civico di Castello Ursino, ma perché la sede dell'ex Manifattura Tabacchi - acquistata per dare un museo archeologico regionale a Catania, unica città siciliana capoluogo di provincia che ne è priva - è rimasta un contenitore vuoto. Ma andiamo con ordine. La mostra «Da Evarco a Messalla» ricostruisce, attraverso reperti archeologici ritrovati in città e nel territorio della provincia, il periodo che va dalla fondazione di Katane, nel 729-728 avanti Cristo, da parte dei greci calcidesi guidati da Evarco, fino all'avvio della conquista romana, nel 263 avanti Cristo, ad opera di Manio Valerio Massimo Messalla. Un periodo poco conosciuto ai catanesi, e non solo, abituati a pensare Catania soprattutto come un'importante città romana e, poi, dopo il devastante terremoto del 1693, barocca. Invece Catania è importante anche nel periodo greco e già da allora assume la vocazione che le è ancora propria, quella commerciale, porto in cui le mercanzie arrivano in città per poi penetrare nell'entroterra. Una città emporio e, allo stesso tempo, rilevante sede religiosa, come dimostrano i resti di santuari e, in particolare, gli oltre diecimila pezzi della «Stipe votiva» ritrovata nel 1959 in piazza San Francesco d'Assisi, segno dell'esistenza, nel VI e V secolo a. C, di un importante tempio dedicato a Demetra. La mostra si sviluppa in due parti, una relativa al periodo arcaico e classico e l'altra al periodo ellenistico. Una storia che i reperti esposti raccontano presentando le tracce della vita quotidiana (l'abitato e le sepolture) e della vita religiosa (con particolare attenzione ai santuari), e distinguendo le testimonianze della città e da quelle degli insediamenti dell'interno. Buona parte dei pezzi esposti sono frutto di scavi condotti negli ultimi 20 anni dalla sovrintendenza. La mostra, dunque, racconta contestualmente il periodo greco e la recente attività degli archeologi per riportarlo alla luce e documentarlo. Un lavoro, con finalità scientifiche e didattiche, che ha una lunga genesi. Il primo progetto, presentato nel 2007, per un importo di 400.000 euro, non è stato finanziato così come quello riproposto nell'ambito del Po Fesr Sicilia 2007-13. La mostra arriva soltanto adesso, dopo grandi sforzi, grazie ai fondi ordinari della Regione, con una spesa di circa 100.000 euro. E vuole essere il primo nucleo - la sezione greca - del futuro museo archeologico regionale che, col passare del tempo, si trasforma sempre più in una sorta di chimera perché in questo periodo di vacche magre, magrissime, non ci sono i fondi per ristrutturare l'enorme edificio dell'ex Manifattura Tabacchi. Le notevoli somme necessarie - dai 18 ai 23 milioni di euro - si sarebbero potute ottenere anni addietro concorrendo ai fondi europei di Agenda 2000, ma non si è fatto, e neppure la versione ridotta, per circa 17 milioni, è stata finanziata con le successive misure Por e Poin (programma operativo interregionale). Il museo ha una sede, un direttore, il dott. Francesco Privitera, ma nessun pezzo. Dunque, di fatto, non c'è. Il personale degli uffici, in questi anni, ha inventariato il materiale di competenza regionale e se lo è assegnato dal punto di vista amministrativo, cioè sulla carta, e fa salti mortali, con le stentate risorse a disposizione, per valorizzare gli spazi esistenti, per ipotizzare e progettare future esposizioni, e per vigilare sulle strutture inutilizzate evitando ulteriori danni da infiltrazioni d'acqua o altro. Intanto il «museo» è riuscito ad acquistare le strutture espositive e questo consentirà di ridurre i costi delle future mostre e magari di mantenere parte di quella in corso come esposizione permanente. E i problemi non finiscono qui. Al contrario. Gli uffici sono costretti a fare i salti mortali anche solo per aprire al pubblico questa mostra, visitabile fino al 10 marzo, con ingresso da via Garibaldi 233, da martedì a sabato, dalle 9 alle 13. E questo significa che non è visitabile la domenica e nei giorni festivi, quelli di massima fruizione. Assurdo. E' il problema di sempre: la carenza di custodi senza i quali, secondo l'ordinamento della sovrintendenza, è impossibile aprire siti e musei. Ora il «museo archeologico» di custodi non ne ha. Per potere aprire la mostra al pubblico la sovrintendente Vera Greco ha fatto acrobazie stringendo un accordo con i sindacati per consentire ai 30 ex precari che lavorano alla sovrintendenza di potere svolgere, a turno, questo lavoro. Ma nei festivi la questione si complica. La sovrintendente dispone soltanto di 3 custodi che ha scelto di impegnare per tenere aperta la chiesa di San Francesco Borgia in via dei Crociferi dove gli altri conventi e chiese sono tutti sbarrati. Soltanto un custode, per un tempo limitato, può essere distaccato alla mostra che, dunque, la domenica e i festivi è visitabile soltanto su prenotazione e grazie ai dirigenti che si sono messi a disposizione per accogliere e guidare i visitatori. (Per prenotarsi occorre telefonare entro venerdì ai numeri: 095.346341, 095.7472305, 334.6001821). Un problema che va risolto. Si potrebbero stipulare accordi e convenzioni con il Comune, la Provincia e le associazioni di volontariato o inventare altro, ma qualcosa il nuovo assessore regionale ai Beni culturali deve fare, e in fretta, per affrontare e risolvere questo annoso problema. 30122012