Ha una bella terrazza. Pablo Echaurren. Una terrazza che abbraccia tutta Roma. Quella dei piani alti e dei tetti, dei campanili e delle cupole, ma anche delle antenne e delle paraboliche. Da Monte Mario al Gazometro, da San Pietro a Villa Medici. Da nord a sud, da est a ovest. L'occhio vi si perde, in questo mare che lancia barbagli di luce qua e là, nel rimando di una finestra, su uno spiovente metallico, come uno sbaffo d'onda in un mare vero. Peccato, per il vento. «Qui c'è sempre vento», dice Pablo, «anche d'estate. D'estate, poi. fa troppo caldo qua sopra». Ma certo è orgoglioso di averla, questa terrazza a Prati, da cui si vede scorrere, al di là dei palazzi, l'acqua scura del Tevere. Invidiabile panorama, non c'è dubbio. Ma la Roma" che Echaurren ama è più segreta, più nascosta, quella che si coglie nella spessa ombra dei vicoli e dei cortili, quella degli odori forti che emanano i muri ammuffiti, quella dei vecchi carretti abbandonati dietro portoni sbilenchi. Pablo, «Paino» affettuosamente per gli amici, è nato a Roma, da madre siciliana e padre cileno, il grande pittore surrealista Sebastian Matta. Ma è un legame, quello con la patria di Neruda, che Echaurren sente molto lontano. «Non sono mai stato in Cile», dice «e non parlo spagnolo». Artista poliedrico, vulcanico, dai mille interessi, collezionista di tutto ciò che è Futurismo, Echaurren crea, dalla fine degli anni Sessanta, fumetti d'avanguardia, scrive romanzi, passa con incredibile disinvoltura dalla pittura al disegno, si avventura con passione e abilità nel campo della ceramica. Attraversa felicemente ogni sorta di sperimentalismo artistico. E compone copertine come quella del 1976 per il libro «Porci con le ali» di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, per Lotta continua. Linus, Frigidaire e altri. Roma, l'estate scorsa, gli ha dedicato una antologica negli splendidi ambienti del Chiostro del Bramante. Roma è ancora una città per artisti? «Roma è una città "fatta" dagli artisti, nel senso che uno cammina per strada e calpesta polvere di secoli, di millenni di arte, oltre che naturalmente di persone normali che ci sono vissute e morte, di botteghe che si sono aperte e chiuse. Calpesta la polvere, quella vera, dei corpi che hanno edificato, prima dal nulla sui sette colli e poi in tutti i corsi e ricorsi storici, lo splendore di Roma costruendo, dove c'erano paludi e malaria, tante cattedrali per un popolo di pastori con le loro pecore, come si vede in tante oleografie. Ma oggi è diverso il rapporto con gli artisti». Che cosa ha provocato la frattura con il passato? «Io non so cosa, ma è certo che la quantità si è sostituita alla qualità. C'è troppo di tutto, in ogni campo. Troppi artisti. Una sovrabbondanza. Quando ho cominciato a dipingere, alla fine degli Anni Sessanta, di artisti ce n'erano in tutto un centinaio. Oggi forse se ne contano a migliaia. Artisti di tutti i generi, che non dialogano fra di loro come avveniva un tempo, quando per esempio gli astrattisti frequentavano i realisti e magari si prendevano a bastonate, ma almeno l'uno conosceva il lavoro dell'altro». Qual è la situazione oggi? «Oggi esiste un unico grande filone di tipo internazionale, quello che fa il giro delle sette chiese dentro e fuori dall'Italia, quindi una serie di artisti, sempre gli stessi, che vengono selezionati per rappresentare il nostro Paese o comunque per far parte di duella specie di manna internazionale che determina qual è il mercato, qual è lo stile che va in quel momento. E dall'altra esistono invece spore senza un agglomerato che riesca in qualche modo a sostenerle. Tutte queste realtà hanno le loro cattedrali nelle gallerie comunali d'arte moderna e contemporanea che non svolgono il loro ruolo istituzionale, non fanno conoscere tutto ciò che si crea in città. Lo stesso avviene al Macro. come dappertutto. Diciamo, per paradosso, che invece di costruire una cattedrale nel deserto si è riusciti a portare il deserto nella cattedrale. Se si va in uno di questi luoghi, si nota all'inaugurazione la presenza di artisti, critici, un po' di pubblico selezionato, che è quello di riferimento dell'artista in mostra, ma il giorno dopo non entra più nessuno. Il deserto nella cattedrale». Molto dunque è cambiato dagli anni Sessanta. «Certo, perché siamo tanti e perché c'è, in qualche modo, una struttura (quella che Bonito Oliva chiamava la catena di Sant'Antonio: critico - gallerista - mercato) che lavora lodevolmentc per alcuni e tende a fare terra bruciata attorno a loro. Tutti gli altri è come se non esistessero, in questo Roma è una città particolarmente odiosa». Roma è una città che si fa amare. «Forse solo all'alba Roma è piena di fascino. Roma la senti di più all'alba perché poi si riempie di gente, di auto, di rumori e di corpi. Allora mi piace di meno, e quando posso vado in campagna a ricaricarmi. Via del Corso è diventato un qualunque corso di un qualunque paese dove si fa lo struscio. Ma, per un romano come lo sono io. Il legame resta, senti come un legame con l'asfalto, con le pietre. Anche se è vero che fatichiamo a conoscerla, questa città. Per anni passi davanti a una chiesa e poi, un bel giorno, ci entri e scopri cose incredibili. Come il cuore di San Carlo nella basilica di via del Corso. Il cuore rinsecchito del santo. È una cosa di una bellezza assoluta. Quel cuore sembra il cuore di Roma, che sta lì rinsecchito in una teca d'oro, però se ci vai accanto ti lancia ancora delle pulsazioni. Che te ne frega, poi, se è di San Carlo». Lei ha lavorato anche a Rebibbia, con i detenuti. «Sì, è stata una bella esperienza. Fui mandato dall'assessore Borgna con l'idea che Rebibbia non dovesse rimanere una discarica oscura ai margini della città. Il frutto del laboratorio finì in una mostra, "Gattabuismo", a Palazzo delle Esposizioni. E a me servì per scoprire la periferia, che è un'altra città, un pezzo di città che merita di essere conosciuto». C'è qualche traccia di Roma nelle sue opere? «Sicuro. Ho fatto, per esempio, il rinocerontino esposto l'estate scorsa nel Chiostro del Bramante, che era un omaggio all'elefantino della Minerva. C'è poi in molti teschi che dipingo e con i quali mi collego alla sua storia millenaria. Camminando per le strade, sento la polvere dei morti. Lo dico in positivo. Per esempio, vado spesso a vedere la Cappella dei cappuccini in via Veneto, Ci sono quei teschi, quella polvere, prodotta anche dalla desquamazione della pelle umana, che diventa terriccio, è un materiale in qualche modo organico che rilasciamo. Ma il pennellone del moderno continua a cancellare l'antico. Da ragazzino, frequentavo via del Governo vecchio, piazza dell'Orologio: lì sentivi proprio la Storia, sentivi la muffa dei palazzi, l'orina dei gatti. C'erano quegli androni dei palazzi del '500, del '600. Enormi, bui, che facevano paura ai ragazzini». L'artista, mi sembra di capire, soffre di solitudine. «Una volta era diverso. Quando ho cominciato a interessarmi di arte, diciamo in seconda-terza liceo, andavo a piazza del Popolo, alla libreria dell'Oca, passavo da Feltrinelli dove c'erano le cravatte, dove c'era di tutto, cose in plastica fluorescente, andavo da Fulgenzi con tutti quegli ammennicoli pop e bop. incontravo artisti. C'era tutto un mondo che si poteva incontrare. Davanti al bar Rosati ho conosciuto Pino Pascali. Chiacchieravo con lui. aveva una bellissima moto nero cromata. Crescendo conoscevi altri artisti, Li frequentavi, ci si scambiava idee...». E adesso? «Oggi tutto questo resiste, ma solo per piccoli gruppi. Ognuno tende ad avere le sue gallerie di riferimento e quel giro è obbligato. Nessun visitatore di una certa galleria andrà mai in una che fa una cosa di tipo diverso. Lo stesso vale per gli artisti. Forse c'è anche molta competizione non esplicita. Siamo talmente tanti, e i soldi sono talmente pochi, che si vive con la paura che qualcuno ti sottragga la tua fetta di torta. Oggi il mercato è fermo anche se c'è chi batte la grancassa. Non esistono grandi collezioni e le stesse grandi mostre a Roma non sono quasi mai grandi mostre, non arrivano mai i grandi capolavori». Sopravvive, in qualche modo, il mito del Grand Tour? «Ancora c'è chi viene a Roma. Abbiamo il caso eclatante di un artista che è assente quest'anno alla Quadriennale, uno dei più grandi del mondo. Cy Twombly, che aveva a suo tempo lasciato gli Stati Uniti per venire qui e ha ancora la sua casa a Roma e non è più tornato indietro. Si sente nei suoi quadri un po' di Espressionismo americano, però si sente estremamente la cultura neoclassica, classica, greca e romana».
Corriere della Sera
3 Marzo 2005
✓ Entità verificate
Pablo Echaurren: La mia Roma che parla con la polvere dei secoli
GI
Giuseppe Di Stefano
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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